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04 settembre 2011

Figli di un dio minore.

Ricordo che quando avevo intorno ai 17~18 anni e notai che gli adulti mi davano sempre più spesso del "lei" anziché del "tu", mi resi conto di essere (finalmente) diventato anche io adulto a tutti gli effetti e di essere (finalmente) riconosciuto come tale. Era una sensazione molto bella, che gratificava parecchio la mia autostima e mi faceva sentire non più adolescente, ma unus inter pares nella società.
La forma allocutiva di cortesia con cui gli altri si rivolgevano a me era indice di quel rispetto che si accorda alle persone che non si conoscono e con le quali non c'è la confidenza necessaria per passare al "tu", che tuttavia si usa comunemente con bambini e adolescenti anche sconosciuti.

Sfortunatamente per loro, a due categorie di persone la possibilità di sentirsi inter pares non già entrando nell'età adulta, ma in assoluto, è del tutto preclusa: mi riferisco ai disabili e agli stranieri, da sempre figli di un dio minore.

Chi mi legge, trovandosi in coda in un ufficio postale, all'USL, all'anagrafe, in banca, in un qualsiasi negozio o dovunque ci sia da aspettare il proprio turno, avrà senz'altro notato che raramente gl'impiegati, gli esercenti e i funzionari si rivolgono a disabili e stranieri con il "lei": evidentemente, ai loro occhi disabili e stranieri non sono dei pari a cui rivolgersi con il dovuto rispetto e nemmeno dei cittadini che con le tasse pagano il loro stipendio, ma restano sempre degl'inferiori a cui possono dare tranquillamente del "tu" senza che il Super-Io li faccia sentire quelle persone irrispettose e maleducate che in realtà sono.

Prestando attenzione a queste situazioni, ho notato che ci si rivolge con il "tu" a stranieri e disabili anche quando questi danno del "lei" a coloro che stanno dall'altra parte del bancone o dello sportello, i quali dal canto loro danno tranquillamente del "tu" anche a stranieri e disabili visibilmente assai più adulti senza avere il benché minimo dubbio sulla inopportunità del loro atteggiamento.

Qualche distinzione fra i disabili viene però fatta: a un adulto con una mutilazione o su una sedia a ruote, così come a un cieco, si dà del "lei", mentre invece un sordomuto che ha difficoltà ad articolare le parole, uno spastico che si muove a scatti o chi è affetto da Trisomia 21 anche in forma lieve, è condannato a un'eterna fanciullezza che non prevede mai il diritto al rispetto suggellato dal "lei", neppure se hanno 60 anni e chi gli si rivolge ne ha la metà o anche meno.
Per la verità qualche distinzione si fa anche per gli stranieri: se sono turisti, danarosi e occidentali o giapponesi vengono serviti e riveriti, mentre se vivono in Italia, ci lavorano e vengono da Paesi classificati come sottosviluppati, la vulgata li vuole miserabili e come tali vengono trattati. Ci si stupisce quando si scopre che hanno una carta di credito o una macchina più grande di un'utilitaria e che non sia vecchia di almeno 8 o 9 anni. In tal caso il retropensiero è: un immigrato extracomunitario non può avere tanti soldi e, se li ha, di sicuro non può averli guadagnati onestamente; costui è uno che delinque.

Questi stranieri non hanno alcuna chance: non sono mai riconosciuti come pari, dunque gli si dà del "tu" a qualsiasi età e quale che sia il lessico con cui si rivolgono agl'interlocutori.

Una volta, irritato dal tono sprezzante con cui un giovane impiegato di posta si rivolgeva a uno straniero di mezza età, gli chiesi perché non gli desse del "lei" come faceva con tutti gli altri; la sua risposta - ancor più sprezzante - mi lasciò allibito: "Guardi che quelli lì capiscono solo il tu".
Insomma, i peggiori italiani sono convinti che gli stranieri di determinate nazionalità (e alcune categorie di disabili) siano dei poveri ignoranti - se non addirittura dei minus habentes - che non capiscono le sfumature della lingua italiana.

In certi casi può essere vero che l'italiano metta in difficoltà, soprattutto se si parla di stranieri residenti in Italia da poco tempo e con poca familiarità con la nostra difficilissima lingua... che del resto crea non pochi grattacapi anche a un numero rilevante di cittadini italiani, perfino a quelli eletti a far parte del Parlamento quando non si tratti addirittura di ministri: ricordo un'intervista in cui l'allora Ministro della Cultura noto per l'aspetto, i modi ieratici e il tono della voce che gli sono valsi il soprannome di "il frate", sbagliava clamorosamente i congiuntivi. Questa forma verbale è la bestia nera anche di un politico di lungo corso attualmente Capogruppo alla Camera dei Deputati di un grande partito: a dispetto della sua laurea in Giurisprudenza, che dovrebbe implicare un'ottima conoscenza della lingua italiana, non azzecca un congiuntivo nemmeno per sbaglio.

Tornando agli stranieri, se è comprensibile che chi è in Italia da poco tempo possa avere una conoscenza approssimativa della nostra lingua e tenda a semplificarla dando del tu a tutti (venendo ripagato allo stesso modo anziché con il "lei" che potrebbe accelerare il corretto apprendimento della nostra lingua), è anche vero che chi sta qui da più tempo l'italiano lo conosce, comprende la differenza fra "tu" e "lei" e usa le due forme allocutive in modo appropriato.
Ora, se uno straniero si esprime con proprietà di linguaggio in un italiano formalmente abbastanza corretto e dà del "lei" a un esercente, a un impiegato o a un funzionario, non si capisce perché quest'ultimo, massimamente se si tratta di un pubblico dipendente, non debba rivolgersi a un cittadino - ancorché straniero - dandogli a sua volta del "lei". E non si capisce perché ci si debba permettere di dare del "tu" a un disabile.
Si tratta di una mancanza di rispetto che non ha giustificazione: stranieri e disabili non sono sub-umani!

C'è anche chi si spinge ben oltre il "tu" nel dimostrare scarsa o nulla considerazione per gli stranieri.
Anni fa, mentre passeggiavo in centro, incontrai un amico africano di poco più giovane di me che vive in Italia da quasi 20 anni, parla un italiano formalmente molto corretto - congiuntivi inclusi - e con un lessico piuttosto esteso. Stava andando in un'agenzia di viaggi perché doveva prenotare un volo per tornare nel suo Paese e da sua moglie che aveva appena partorito la loro prima figlia. Mi chiese di accompagnarlo, così nel frattempo avremmo fatto quattro chiacchiere e siccome non avevo altro da fare andammo insieme in agenzia. C'era gente, dovevamo aspettare un po' e continuammo a chiacchierare del più e del meno, seppure a bassa voce per non disturbare.
Quando fu giunto il suo turno, il mio amico si avvicinò all'impiegato e gli spiegò cosa voleva nel suo italiano perfetto e usando l'allocuzione di cortesia "lei"; io stavo dietro di lui a un metro di distanza. L'impiegato ascoltava lui, gli si rivolgeva con il "tu" e spesso lanciava occhiate verso di me mentre gli parlava; il suo atteggiamento m'irritava oltremodo, ma stavo zitto e in posizione arretrata; in fondo ero lì per caso.
Dopo un po' smise di rivolgersi a lui, di guardarlo e cominciò a chiedere a me i dettagli del volo e del pagamento, dandomi naturalmente del "lei". A quel punto non resistetti oltre e  sbottai: «Guardi che il cliente è il signore che ha di fronte, non io: è lui che le sta parlando, che le ha chiesto un volo e che si aspetta da lei delle risposte. Che c'entro io, che non ho aperto bocca? E poi: se questo signore le sta dando del "lei", perché non fa altrettanto? Perché gli dà del "tu" dal momento che non lo conosce?»
L'impiegato farfugliò qualcosa d'incomprensibile e, con modi bruschi ma dandogli da quel momento del "lei", prenotò il volo al mio amico.

In accordo col pregiudizio diffuso, se un italiano e uno straniero sono insieme è senz'altro l'italiano ad avere la posizione rilevante ed è senz'altro lo straniero a essere subalterno o al servizio dell'italiano. Se non peggio.

Oliviero Toscani, il grandissimo fotografo che ammiro molto come artista delle immagini ma anche - e forse soprattutto - per le sue idee e il suo impegno contro il pregiudizio e a favore dei diritti civili di tutti, l'aveva già capito moltissimi anni fa quando nel settembre 1989, per una campagna pubblicitaria del marchio Benetton a lui storicamente legato, scattò questa fotografia ponendo la domanda: "Chi è il poliziotto e chi il prigioniero?"

Oliviero Toscani - Handcuffs
Non c'è nulla nell'immagine che ci soccorra nel distinguere il buono dal cattivo perché entrambi indossano il trasversale e democratico jeans e una camicia azzurra che, soprattutto in America, è comune sia alle uniformi dei poliziotti che a quelle dei prigionieri. Eppure il nostro condizionamento sociale insieme alle rappresentazioni stereotipiche dei media e del cinema ci hanno insegnato a pensare che il il tutore dell'ordine è bianco e che il criminale è nero.
Infatti è a questa conclusione che la quasi totalità della gente arriva... e sfido chiunque a negare di averlo pensato, avendo letto la domanda e un attimo dopo aver visto la foto.

Sarà difficile cambiare un condizionamento sociale e degli stereotipi così profondamente radicati, ma per cominciare si potrebbe pretendere dagl'impiegati e dai funzionari degli uffici pubblici un comportamento consono a chi in quel momento rappresenta lo Stato al servizio dei cittadini: a nessun dipendente pubblico dovrebbe essere permesso (né dovrebbe permettersi) di rivolgersi a un cittadino dandogli del "tu" e ciò indipendentemente dal fatto che tale cittadino sia italiano o straniero, disabile o no.
Questa minima forma di rispetto e di educazione dovrebbe poi essere attuata anche agli esercenti, ma in quanto privati è più difficile imporre loro delle regole di comportamento, a meno che non si tratti di dipendenti dai quali il datore di lavoro può (e dovrebbe) pretendere un atteggiamento rispettoso verso i clienti.

Nel frattempo, suggerisco a chi se la sente di fare un piccolo esperimento: la prossima volta che sentirà un dipendente pubblico (non importa di che livello e in quale ufficio) dare del "tu" a uno straniero o a un disabile, quando sarà il suo turno provi a rivolgersi a lui con il "tu", soprattutto se il funzionario ha qualche anno di più.
L'espressione massimamente contrariata che questi "signori" assumono quando un cittadino gli dà del "tu" la dice lunga sulla loro protervia.
Gli si spieghi poi perché ci si è presi questa libertà, gli si ricordi che l'educazione e il rispetto sono la base dei rapporti fra le persone e che, in quanto rappresentanti dello Stato, hanno il dovere rivolgersi ai cittadini con l'una e con l'altro.

Come dicevo è difficile cambiare le cose, ma finché qualcuno non comincia...

29 dicembre 2010

"Entro e non oltre"...

A qualcuno sarà capitato di soffermarsi a considerare il "burocratese", quella strana forma di demenza lessicale (absit iniuria verbis) che colpisce chiunque si trovi a lavorare in un ufficio pubblico: ma è mai possibile che persone per altri versi normali, quando prendono servizio vestendo i panni dei funzionari pubblici cadano preda di un demone che seguendo il copione della più tradizionale possessione diabolica li costringe a parlare in una lingua sconosciuta e non usata al di fuori degli uffici della Pubblica Amministrazione?
È possibile... eccome se è possibile.

Cominciamo con le denunce alle Autorità di P.S., i cosiddetti "processi verbali di denuncia": già qui c'è materia di studio. Perchè non è sufficiente dire "denuncia"? È proprio necessario che un atto amministrativo fra i più semplici - il mettere per iscritto la dichiarazione di un cittadino - venga ammantato di pretesa sacralità aggiungendo quel fumoso "processo verbale" che in tempi ormai lontani, ai nostri nonni e bisnonni poco meno che analfabeti, incuteva un reverenziale timore? Mah...
Basta una semplice interrogazione a Google per avere a disposizione un florilegio di ottusità burocratiche caratterizzate dai verbi all'imperfetto e al gerundio che sarebbero anche comiche, se non si trattasse di atti ufficiali redatti dalle Forze dell'Ordine.

Si passa poi alle disposizioni amministrative. Anche qui c'è abbondanza di materiale per studiare la psicologia del burocrate che invariabilmente "si porta" (come? In braccio? In risciò? Sulla canna della bicicletta?) anzichè "andare", che cita qualcosa "in epigrafe" anzichè "più sopra", che "rende edotto" il prossimo anzichè "informarlo di" qualcosa e via di questo passo.
La locuzione che trovo più stupida, quella che in burocratese indica un termine perentorio, l'ho usata come titolo: "Entro e non oltre". È ovvio che se una cosa dev'esser fatta "entro" il termine indicato non può essere fatta "oltre" quel limite temporale... dunque è del tutto superfluo usare la figura retorica dell'antitesi come rafforzativo, a meno che non si parta dal presupposto che i cittadini siano un po' stupidi e che sia necessario ripetere il concetto.
L'abuso di questa locuzione rasenta a volte il sublime. A commetterlo sono sia le strutture universitarie private per un Master universitario in traduzione professionale, sia la facoltà di lettere e filosofia di un'università statale, che riesce a infilare un "entro e non oltre" perfino nel bando di ammissione a un corso di perfezionamento in "Retorica e scrittura - Dall'analisi alla costruzione del messaggio" (a pagina 2, sesto paragrafo). Fantastico...
Se tutti cominciassimo a esprimerci usando simili espressioni ridondanti, l'effetto sarebbe surreale. Ecco qualche esempio, giusto per farci un'idea.
Al telefono con un amico:
"Ciao Massimo. Ti ho chiamato per chiederti se tu e non tuo fratello domani sera sei libero e non occupato: nel caso potremmo andare a cena insieme e non da soli."

Dal dottore:
"Buongiorno dottore. Sono venuto da lei perchè ultimamente sono depresso e non allegro".

Dal giornalaio:
"Salve: Vorrei la 'Gazzetta dello Sport' e non la 'Gazzetta Ufficiale'.

Al ristorante:
"Come primo vorrei spaghetti allo scoglio e non al ragù. Per secondo gradirei una grigliata mista di pesce e non di carne. Come contorno, patate fritte e non al forno.
Da bere mi porti una mezza minerale gassata e non naturale più un Müller Thurgau frizzante e non fermo.
Infine come dessert mi porti una una panna cotta e non montata, caffè e non decaffeinato e un whisky doppio malto e non singolo".

Questo modo di esprimersi è ridicolo... eppure i burocrati sono serissimi nel compiacersi di sfoggiare un simile, ottuso linguaggio.
Nel 1993 l'allora Ministro della Funzione Pubblica, Sabino Cassese, elaborò il "Codice di stile", che nelle intenzioni avrebbe dovuto insegnare ai burocrati delle amministrazioni pubbliche a comunicare con i cittadini in modo più chiaro, semplice e comprensibile. Com'era prevedibile, non sono bastati 17 anni per compiere questa titanica impresa.

Qualche cambiamento c'è stato, ora molti documenti sono più chiari se paragonati a quelli di un tempo,  ma rimane parecchio lavoro da fare per rendere meno ridicole e finalmente del tutto comprensibili le comunicazioni dello Stato ai cittadini. 
La prova sta nel fatto che anche nel "Codice di stile", negli esempi di documenti scritti prima in burocratese e poi riformulati in modo più chiaro e semplice, l'espressione "Entro e non oltre" persiste più viva e in salute che mai... come ogni malerba.

Chi volesse approfondire l'argomento troverà interessanti questi collegamenti:

22 dicembre 2010

"Il Più Bel Fior Ne Coglie".

Spero che nessuno fra chi legge s'offenderà se oggi mi prenderò la libertà di esercitarmi nella figura retorica dell'invettiva, parlando della classe politica per arrivare all'Accademia della Crusca.
Sia chiaro da subito che tale invettiva non è rivolta a una specifica parte politica: la rivolgo a tutti quei politici che, per come si esprimono, è lecito e doveroso definire "ignoranti".

Quando sento un parlamentare - o peggio un ministro - commettere certi errori di grammatica, vorrei potergli dire ciò che penso della sua professionalità e della sua autorevolezza.
Si, perchè spesso a commettere errori imperdonabili sono le medesime persone che menano vanto di essere state "prestate alla politica", come se il governo di un  Paese e la promozione dei cittadini fossero qualcosa che chiunque può improvvisare con leggerezza o a cui ci si può dedicare anche a tempo perso e senza avere alcuna formazione specifica.
Come se ammettere di essere del tutto incompetenti ma nonostante ciò svolgere ugualmente - da incompetenti - un lavoro d'importanza capitale per la nazione, fosse qualcosa di cui essere fieri.

Personalmente non andrò mai a farmi sistemare i capelli da qualcuno che, dopo aver fatto il tipografo per tutta la vita, di punto in bianco e senza aver mai prima di allora preso in mano pettini e forbici abbia deciso di aprire un salone di parrucchiere.
Né sceglierò mai come commercialista una persona che fino al giorno prima abbia fatto il salumiere.
Né andrò mai a cena in un ristorante il cui cuoco stia ai fornelli solo da poche settimane perchè in precedenza era un fioraio.
Né mi farei mai confezionare una giacca da un barista prestato alla sartoria... anche se fosse bravissimo come barista.
Eppure, senza esitazione alcuna mandiamo in Parlamento dei grandi lavoratori  (che siano bravi artigiani, impiegati efficienti o lungimiranti capitani d'industria poco importa) i quali però sfortunatamente sono dei perfetti incompetenti nell'alto compito di governare un Paese e definire il futuro della nazione.

Ci sono politici di rango preminente che, scagliandosi contro quelli che chiamano "i professionisti della politica", si piccano di aver sempre badato solo a lavorare sodo e di essersi costruiti una solidissima posizione sociale oltre che economica, mentre degli avversari che hanno fatto la carriera politica dicono che «... nella loro vita non hanno mai prodotto nulla se non chiacchiere, chiacchiere, chiacchiere!».
Il bello è che non colgono l'assurdità di tale accusa: che altro dovrebbe fare un parlamentare, cioè un professionista della politica mandato a rappresentare in Parlamento i suoi elettori, se non parlare?
Quello è il suo lavoro: governare il Paese attraverso leggi e regole che vanno decise con la dialettica e il confronto fra le parti che siedono in Parlamento. Dire che l'eloquenza è lo strumento di lavoro di un politico è perfino tautologico.
La politica È parola, la democrazia È parola! E dove non c'è un Parlamento in cui gli eletti dai cittadini possano parlare liberamente, non c'è la democrazia ma c'è quasi senza eccezioni il suo contrario: una dittatura.

Un discorso a parte meriterebbero poi quelle locuzioni tanto colorite quanto assurde - ma che evidentemente fanno presa sugli elettori - che i politici amano ripetere a mo' di tormentoni ritenendole evocative di chissà cosa e che in breve tempo diventano degli slogan veri e propri: nessuno chef che aspiri a scalzare Massimo Bottura o Ferran Adrià dalla guida Michelin per prenderne il posto si azzarderebbe mai a definire la loro una "cucina cucinante" né un estroso pittore emergente accuserebbe mai i grandi maestri di fare una "pittura pitturante", né si sentirà mai un attor giovane talentuoso e di belle speranze definire quello dei mostri sacri  del palcoscenico un "teatro teatrante", eppure vi sono politici che definiscono l'attività dei loro avversari "politica politicante"... e ammetto che capire cosa s'intenda con questa fumosa locuzione è cosa che si pone al di là delle mie capacità perchè ancora non ci sono riuscito.

L'oratoria, che non a caso viene spesso definita un'arte, non si può improvvisare: per diventare oratori efficaci occorre un lungo studio prima e una lunghissima pratica poi. La base dell'arte oratoria non può che essere un'ottima conoscenza della lingua.

Ora, capisco che si possa far bene il proprio lavoro di politico anche senza guardare troppo alla forma, ma in determinate situazioni la forma diventa essa stessa sostanza: quando nel 2008 sentii un'intervista al Ministro della Cultura che al Festival del Cinema di Cannes rispondendo al giornalista che gli chiedeva cosa ne pensasse del film italiano in concorso disse, testuali parole, «Penso che questo film è un successo per il cinema italiano», mi sono cadute le braccia... ma basta seguire un qualsiasi programma televisivo di approfondimento politico per rendersi conto del fatto che moltissimi parlamentari commettono, nel parlare, un numero spropositato di errori grammaticali che a uno studente di 11~12 anni costerebbe la promozione.

Stando così le cose, la missione dell'Accademia della Crusca è assai ardua e forse destinata al fallimento, se la nostra bella lingua viene maltrattata a tal segno anche da chi, in virtù dell'ufficio che ricopre, su questo fronte dovrebbe essere irreprensibile .
In una situazione ideale l'Accademia avrebbe grande visibilità e verrebbe fatta conoscere agli studenti fin dalla scuola secondaria di primo grado affinchè potessero appassionarsi alla lingua italiana anzichè accontentarsi (e spesso vantarsi ostentandolo...) del lessico limitato che li caratterizza... xò i danni ke stà facendo la skrittura takigrafika li vedremo sl fra qlk anno, xkè già adesso le nuove generazioni si esprimono  sempre d + kosì e fra nn molto nn  sapranno + skrivere se nn in qst modo.
Ma le situazioni ideali raramente sono di questo mondo... quindi l'Accademia rimane ignota ai più.
Ed è un vero peccato, perchè la nostra lingua meriterebbe di essere conosciuta e parlata molto meglio, con una maggior varietà lessicale e rispettandone le regole. Soprattutto da chi dovrebbe essere di esempio.

Questo è l'indirizzo del sito web dell'Accademia della Crusca:
http://www.accademiadellacrusca.it/index.php