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31 gennaio 2012

Italiani, popolo di stupidi?

Da quando ha compiuto la prodezza che ben conosciamo, il comandante Schettino è assurto a icona mondiale dell'insipienza, dell'inadeguatezza e della vigliaccheria, tanto che dare a qualcuno dello "Schettino" significa insultarlo assai di più che apostrofandolo con gli epiteti comunemente utilizzati a tale scopo.

Un settimanale indubbiamente prevenuto verso di noi come "Der Spiegel" (curiosamente diretto da un tale che si chiama Georg Mascolo, nato in Germania dall'unione di una tedesca e di un immigrato italiano originario di Castellammare di Stabia, che ha evidententi conflitti d'identità nazionale tuttora irrisolti e che, nonostante quel cognome, con i fatti tenta inutilmente di accreditarsi come sassone DOC...) ci ha messo un attimo a fare di Schettino il paradigma di noi italiani definendoci «una razza di codardi (...) che gesticola molto (...) e che è meglio non far avvicinare ai grossi macchinari».

In America, dove sono impegnati nella campagna elettorale che porterà alle presidenziali nel prossimo autunno, Reince Priebus, il capo dei Repubblicani, ha definito il presidente Obama «...il nostro Schettino, uno che di questi tempi sta abbandonando la nave degli Stati Uniti».
Prima di Priebus era stato David Letterman a ironizzare pesantemente su noi dicendosi meravigliato del fatto che un'automobile americana media abbia un navigatore più affidabile di quello di una nave da crociera italiana e che quella era stata una settimana particolare per i trasporti, visto che era stato trovato un opossum nella metropolitana e «un volpone su una nave».

In Spagna, a beccarsi dello "Schettino" è stato José Mourinho, allenatore del Real Madrid: secondo una rivista sportiva avrebbe - al pari del comandante della Costa Concordia - una predisposizione a mollare tutto quando le cose non vanno come lui vorrebbe.

Certo, sentirsi dare degl'inetti dalla stampa straniera fa male, ma personalmente trovo assai più urticante l'essere trattato da stupido dai miei connazionali.
Cosa intendo è presto detto: mi sento offeso dalle aziende che fissano i prezzi dei loro listini togliendo pochi spiccioli dal "conto pari", convinte che i clienti pensino di fare un affarone se si abbassa di un'unità la cifra più rilevante del prezzo. Mi sento offeso da prezzi come 3,99 euro, 29,95 euro, 99,90 euro, 299,90 euro, 1999 euro.

Se un'azienda mi chiede di acquistare i suoi prodotti, per aprire il portafoglio pretendo come condizione preliminare che quest'azienda mi rispetti come persona, prima ancora che come consumatore pagante.
Se quest'azienda pensa che io compri un prodotto venduto al prezzo di 299,90 euro e che non lo comprerei se costasse 300 euro mi sta dando del cretino, perchè evidentemente quest'azienda pensa che togliendo 10 centesimi dalla cifra tonda - che corrisponde allo 0,033% - io creda di comprare il prodotto a 200 euro e non a 300.
Mi regolo dunque come segue: se fra due prodotti equivalenti ce n'è uno il cui prezzo non sia di 1 o 10 centesimi inferiore alla cifra tonda io compro quello, anche se costa qualcosa in più rispetto al prodotto con prezzo "accalappia-stupidi".
La mia dignità di uomo vale assai più dell'elemosina di pochi spiccioli con cui certe aziende s'illudono di blandirmi.

Un'altra fonte di offese alla nostra intelligenza sono i "giochi" proposti all'interno di molti programmi televisivi.
Si chiede ai telespettatori di telefonare o inviare SMS a un numero con tariffazione speciale (82x, 899, 47xxx e simili) per rispondere a una domanda e partecipare al sorteggio di un premio. 
Non ci sarebbe nulla di male, se solo le domande a cui si deve rispondere non fossero un pesantissimo insulto all'intelligenza del pubblico e non si dovesse perfino pagare uno o due euro per rispondere a "domande" come «Quanti giorni ha un anno bisestile? 349 o 366?», ovvero «Come si chiama il premio che viene attribuito ogni anno agli scienziati più meritevoli? Telegatto o Nobel?», oppure «Quante sono le vetrine della nota soap opera? Cento o diecimila?» o, infine, «Secondo il noto detto, "A carnevale ogni scherzo..." Vale o Sale?».

Queste sono domande che ho davvero sentito porre agli spettatori di un programma televisivo molto seguito: ma veramente c'è gente che si abbassa a sollevare il telefono - e a pagare pure un euro! -  per rispondere a domande che non riuscirebbero a mettere in difficoltà neppure il meno intellettualmente dotato fra i bambini di 10 anni? 
Evidentemente si, se le propongono. Ed evidentemente si, se gli spettatori pagano per essere trattati da oligofrenici.
Non stupiamoci dunque se all'estero prendono il comandante Schettino a esempio dell'italianità più stereotipata, scadente e impresentabile; se noi per primi non abbiamo dignità e rispetto per noi stessi, diventa difficile pretendere rispetto dagli altri.


23 gennaio 2012

L'anno del dragone.

Quando in una famiglia s'incontrano due culture diverse può capitare di festeggiare un capodanno il 31 dicembre e un altro il 23 gennaio; capita quindi che il gancetto a cui nel periodo natalizio appendo la ghirlanda sulla porta di casa, adesso sorregga una piccola lanterna rossa.

Il lato negativo è che non solo non sono ancora riuscito a cancellare le tracce del cenone di capodanno dal mio giro-vita, ma stasera vi aggiungerò qualche ulteriore millimetro grazie ai piatti non certo ipocalorici che la cucina cinese prevede in occasione del capodanno lunare.
Il lato positivo è che questi piatti sono davvero deliziosi... e per me alcuni sono davvero irresistibili, quindi stasera largo all'insalata di medusa, ai gamberetti speziati e alle palline di riso glutinoso ripiene di salsa al sesamo.
Per fortuna il mio giro-vita ha ancora un diametro accettabile, anche grazie alle dieci rampe di scale che salgo diverse volte al giorno da quando ho deciso di non usare più l'ascensore per scardinare la mia pigrizia innata e fare un minimo di attività fisica, dunque non mi sentirò più di tanto in colpa per l'ulteriore intemperanza gastronomica che mi concederò stasera.

Secondo il tradizionale calendario lunare, il capodanno cinese cade il giorno del secondo novilunio dopo il solstizio d'inverno; in pratica la data è variabile come quella della nostra Pasqua ed è compresa fra il 21 gennaio e il 19 febbraio. 
Nel 2012 cade proprio oggi e per i cinesi sarà l'anno 4649, anno del dragone e anno con 13 lune.. il chè gli attribuisce ben due citazioni cinematografiche.
Per la verità in Cina non si parla di capodanno ma piuttosto di "Festa della primavera", che dura la bellezza di due settimane.

In occidente ciò che tutti ricordiamo del capodanno cinese è la "Danza del Dragone", il momento più folcloristico delle celebrazioni. Nei video che seguono, alcuni momenti della festa che si è svolta domenica scorsa a Roma e una suggestiva "Danza del Dragone" con un drago luminoso ripresa nel 2010 a Hong Kong durante una gara fra squadre di "dragonieri", se mi si concede questo neologismo.

Buon anno del drago a tutti, o meglio 新年好


L'ANNO DEL DRAGO from roberto ditta on Vimeo.

15 gennaio 2012

I cinesi non muoiono mai?

Ma dove finiscono i cinesi, quando muoiono? 
Possibile che non si veda mai un funerale cinese e in nessun cimitero si veda mai un loculo con dentro un cinese?

Ogni tanto questa sciocchezza / leggenda metropolitana riaffiora nelle chiacchiere da bar o sui quotidiani, su questi ultimi soprattutto nei periodi di "stanca" estivi quando i giornali meno seri e più razzisti faticano a riempire le pagine e qualcosa devono pur scrivere; è in questi casi che torna utile vellicare la xenofobia dei loro lettori abborracciando con i luoghi comuni più diffusi storie assai poco credibili e ancor meno ragionevoli, il cui unico scopo è alimentare la diffidenza verso la comunità cinese.

In Italia si vedono assai raramente - se non mai - anche funerali di cittadini americani, svizzeri, lussemburghesi, senegalesi, cubani, sanmarinesi, finlandesi, abkhazi, messicani, monegaschi, libici, neozelandesi, thailandesi, ciprioti, giapponesi, romeni, tedeschi, hawaiani, maltesi, capoverdiani, canadesi, brasiliani, ruandesi o di persone provenienti da qualsiasi altro Paese.
Eppure a nessuno viene mai in mente di chiedersi come mai nei cimiteri dello Stivale non si vedano se non eccezionalmente tombe di defunti di queste nazionalità: ci s'interroga sempre e soltanto sulla sorte post-mortem dei cinesi. Non è curioso?!?
Come mai tanti italiani perdono sonno, senno e ragione per l'ansia di sapere che fine facciano i cinesi trapassati mentre dei defunti di tutte le altre nazionalità non cale nulla a nessuno?!?

Così come quando un italiano muore all'estero la famiglia non si sogna certo di farlo seppellire in loco ma organizza la traslazione del feretro in Italia e nella città di origine, affinchè parenti e amici possano tributargli l'estremo saluto e fargli un funerale adeguato, averlo vicino e fargli visita al cimitero, altrettanto fanno gli stranieri di ogni nazionalità con i parenti che muoiono in Italia: le famiglie li fanno riportare nei loro Paesi di origine per dar loro l'esequie secondo le tradizioni e dar loro sepoltura vicino ai loro cari.
Perchè mai una persona - italiana o straniera - che muore lontano dal suo Paese dovrebbe essere abbandonata dalla famiglia in un cimitero a migliaia di chilometri o a diverse ore di aereo dai suoi affetti, senza nessuno a prendersi cura della tomba e tenerla in condizioni dignitose? E' davvero così incredibile che chiunque, cinesi inclusi, voglia seppellire un proprio caro nel suo luogo di origine e dove vive la sua famiglia?

I cinesi presenti in Italia sono nella quasi totalità piuttosto giovani: quando sono avanti con gli anni - o quando la loro salute comincia a diventare precaria - tornano in Cina nei luoghi natii per trascorrervi serenamente gli ultimi anni di vita, morire nella propria terra (con cui i cinesi hanno un legame fortissimo) e avere un funerale tradizionale fatto di cerimonie lunghe e complesse che si ripetono da millenni a cui nessun cinese, se solo ne ha la possibilità, vuole rinunciare.
Nonostante l'ovvietà di queste considerazioni, di quando in quando tocca leggere o sentire l'oligofrenico di turno che si chiede se anche i cinesi muoiano e che fine facciano i loro cadaveri. A me è capitato proprio ieri mattina, al bar, ascoltando il dialogo di due persone che facevano colazione a due metri da me.

Le "ipotesi" che quei due facevano rispecchiavano il più sciocco qualunquismo e i luoghi comuni più granguignoleschi, perpetuando leggende metropolitane assai poco fantasiose ma estremamente stupide nonchè irrealistiche, come il cannibalismo, lo squartamento e la spedizione delle salme in valigie o i container pieni di cadaveri spediti in Cina di cui parla una persona per altri versi molto autorevole e intelligente (ma in questo caso assolutamente no) come Roberto Saviano nel suo famosissimo libro "Gomorra".
La sua credibilità, guadagnata opponendosi apertamente alla camorra (e per ciò rischiando concretamente la vita), trae in inganno la buona fede di numerosissime persone che giustamente lo ammirano ma che, dimostrando assai poco senso critico e insospettati picchi di dabbenaggine, prendono per oro colato qualsiasi cosa egli scriva, anche le cose palesemente inventate e assolutamente fuori dal mondo come la castroneria della pioggia di cadaveri cinesi dal container che per un incidente si apre nel porto di Napoli e dei camalli napoletani che li ributtano dentro, richiudono il container e mettono a tacere l'accaduto, con un'omertà più assoluta di quella che riservano alla camorra.

Ma ve l'immaginate che puzza fa un corpo squartato in una valigia o un container pieno di cadaveri in decomposizione durante un viaggio in nave mercantile che dura parecchi giorni?!?
Qualcuno è così ingenuo (per usare un eufemismo, visto che l'aggettivo adatto sarebbe ben altro...) da pensare che la Capitaneria di Porto di Napoli e di qualsiasi scalo marittimo al mondo, per non parlare dei comandanti e degli equipaggi delle navi cargo, non farebbero aprire e ispezionare un container da cui si sprigiona un tanfo di carne in decomposizione talmente imponente da levare il fiato già a 100 metri di distanza? O che i cani della Finanza negli scali aeroportuali non fiuterebbero un corpo fatto a pezzi nascosto in una valigia?
Suvvia, si faccia lo sforzo di accendere il cervello e si usi un minimo di buon senso!

Se questo episodio narrato da Saviano fosse veramente accaduto, vi pare possibile o anche solo pensabile che si sia riusciti a mettere tutto a tacere senza che Bruno Vespa abbia potuto farci almeno dieci puntate di "Porta a Porta" (con tanto di plastico del porto partenopeo) e senza che il trio Maurizio Belpietro, Alessandro Sallusti e Vittorio Feltri abbiano potuto farci almeno un mese o due di prime pagine?!?
Se si vogliono perpetuare le leggende metropolitane o dare credito a narrazioni surreali degne più di un film di Romero che di uno scrittore dall'impegno civile ammirevole è un altro discorso, ma è bene tenere a mente che il pregiudizio, il razzismo, la malafede, la diffidenza, la malevolenza e, soprattutto, il sonno profondissimo della ragione non possono in nessuna maniera generare alcunchè di buono.

Chi preferisce informarsi e conoscere meglio la comunità cinese in Italia, anzichè offendere la sua propria intelligenza dando credito a sciocchezze e stupidaggini propalate da chi ha interesse ad alimentare la diffidenza reciproca e ad alzare muraglie fra italiani e cinesi, può visitare il portale "Associna" (link), davvero ben fatto e ricchissimo di notizie, non di frottole...

01 gennaio 2012

Buon 2012!

Ce l'abbiamo fatta, un altro anno è passato e celebriamo il primo giorno di quello nuovo.

Fra sguardi assonnati per il lungo veglione della notte scorsa, frasi di circostanza e auguri sinceri, questo primo giorno dell'anno - strano giorno in cui il tempo sembra sempre scorrere più lentamente - si avvia a terminare e da domani ricomincia la vita vera.

Sul canale in alta definizione di Vimeo ho trovato tre filmati che mi sembrano adatti ad accompagnare i miei auguri senza turbare l'atmosfera oziosa, rarefatta e un po' irreale del primo giorno del 2012. 

Il primo è un filmato girato a Brno (Repubblica Ceca) con la tecnica del "time-lapse" (link), mentre il secondo mostra immagini spettacolari dal Parco Nazionale di Yellowstone (Wyoming, U.S.A.) (link).
Il terzo filmato, il più straordinario, è stato girato a Philadelphia (U.S.A.) con una telecamera equipaggiata di un filtro che blocca tutte le frequenze della luce visibile fino a 720 nanometri e lascia passare solo la luce infrarossa. Per questa ragione i colori sono completamente alterati e il fogliame, che riflette moltissimo la luce nella regione dell'infrarosso, appare bianco e molto luminoso.
Suggerisco di espandere i filmati e guardarli a schermo intero, l'alta definizione permette una visione ottimale.

Auguro a chi mi segue un 2012 sereno e prodigo di soddisfazioni.



BRNO HDR from samadhi production on Vimeo.



Yellowstone National Park from Sylvain Dardenne on Vimeo.



A Dream in 720 nm from Bruce W. Berry Jr on Vimeo.

11 dicembre 2011

Le radici dell'odio.

Ne avevo parlato giusto un mese fa nel post in cui proponevo il Canto XII dell'Inferno (link): se a commettere un crimine è un connazionale, noi italiani tendiamo a essere assai apologetici e ci sono sempre una famiglia, una cerchia di amicizie - se non addirittura un paese intero - pronte a giurare che il reo è una bravissima persona che non ha mai fatto male a una mosca, che come un capro espiatorio deve pagare anche (o soprattutto) le colpe di altri e che non merita la disumana gogna mediatica a cui viene sottoposto, con l'inevitabile contorno d'insulti e minacce ai giornalisti che di sicuro sono a volte criticabili per come svolgono il loro compito d'informare, ma che comunque tale compito devono pur svolgerlo e devono dar conto dei fatti.
Quando invece a commettere il medesimo crimine è uno straniero, allora alcuni fra noi abbassano la serranda della ragione, mandano il cervello in vacanza e si abbandonano agl'istinti più belluini: a costoro non basta la condanna del reo, ammesso che tale sia, ma la fanno pagare anche a tutta la sua comunità.

Non si è mai sentito, dicevo in quel post, che quando a commettere un crimine odioso è un italiano la gente brandisca mazze e torce e vada a distruggere e poi a dare alle fiamme tutto il condominio o tutto l'isolato in cui abita il criminale. 
Succede assai spesso, invece, che se a commettere un crimine è uno straniero parta la spedizione punitiva, spedizione che non necessariamente punirà il vero colpevole, ma in una sorta di ottusa sineddoche razzista e violenta si colpisce la sua comunità (o una comunità affine, tanto per le squadracce quelli che loro chiamano con disprezzo "gli extra" sono tutti uguali) per colpire il singolo.
A volte non è nemmeno necessario che un crimine e un reo ci siano davvero: basta il sospetto, basta che si sparga la voce e il branco di qualche centinaio di minus habentes pronti a trasformarsi in giustizieri si raccoglie immediatamente in piazza e parte la caccia allo straniero.

È successo anche ieri, a Torino: un'incosciente di 16 anni racconta di essere stata stuprata da due stranieri e nel volgere di poche ore la squadraccia di razzisti violenti organizza la fiaccolata di protesta contro lo straniero invasore e violentatore, assalta un campo di nomadi, distrugge baracche e roulottes e infine appicca il fuoco purificatore alle macerie.
Dopo poco si saprà che quella sciocca ragazzina si era inventata tutto e che non v'è stato alcuno stupro da parte di stranieri, però nel frattempo quel campo nomadi era già stato devastato e bruciato.
Quella sconsiderata aveva semplicemente avuto un rapporto sessuale consenziente con il suo italianissimo fidanzatino, ma siccome a quel punto la sua verginità non c'era più doveva trovare il modo di giustificare la sua perdita alla famiglia e alla società. 
Quale modo migliore dell'incolpare un paio di stranieri, con il fratello che le dava man forte nell'aizzare la folla e indurla al linciaggio?

Ma perchè queste cose non succedono mai quando i responsabili sono italiani?
Perchè se a Montalto di Castro (link) tre ragazzi italiani violentano una quindicenne c'è tutto il paese a difendere gli stupratori, a dare addosso alla vittima e nessuno si sogna di abbattere e dar fuoco alle macerie delle case di quei tre delinquenti e/o a quelle dei loro vicini?
Sia chiaro, io non auspico linciaggi e spedizioni punitive verso nessuno: mi domando soltanto come mai ciò accade solo quando a essere colpevoli - ma anche solo sospettati - sono degli stranieri.

Mi viene quasi da pensare che questi "vendicatori" in realtà non vendichino il crimine ma piuttosto lo "sconfinamento": considerano le femmine italiane degli oggetti di loro proprietà, quindi se vengono stuprate da uno o più italiani sono delle poco di buono che se la vanno a cercare e magari quel che gli capita alla fine gli piace pure, ma se a farlo sono (o si crede che siano stati) degli stranieri allora le femmine ridiventano donne e diventano delle povere vittime, bisogna lavare l'onta col sangue e punire lo sgarbo con devastazione e fuoco.

La violenza cieca e il razzismo sono scarsamente compatibili con l'intelligenza: difficilmente quest'ultima caratterizza chi pratica la prima e il secondo.
Ora quella scriteriata è stata denunciata per simulazione di reato, ma essendo minore e incensurata dal punto di vista legale rischia davvero poco.

Spero soltanto - e le àuguro - che non debba mai in vita sua trovarsi veramente al cospetto di uno o più violentatori: lo stupro è un orrore di un'enormità tale che solo chi lo ha subìto può comprendere e una donna non dovrebbe mai evocarlo nemmeno per ischerzo.
Sicuramente non dovrebbe inventarsi uno stupro solo per giustificare il suo primo rapporto sessuale... né per aizzare una manica di violenti a un linciaggio ingiustificato e mai giustificabile.

Le radici dell'odio sono salde, estese e profonde: basta un nonnulla per scatenare l'ordinaria follia di chi ragiona con le mani, le mazze e le molotov anzichè col cervello; basta un nonnulla per provocare scontri fra etnìe come si sono visti di recente in Francia, prima ancora negli Stati Uniti e ovunque nel mondo ci sia qualcuno che si crede superiore agli altri per il solo fatto di essere nato in un determinato luogo.

Segnalo due presentazioni e un articolo molto interessanti che dimostrano quanto il razzismo altro non sia se non l'ottusa presunzione di qualcuno che si crede migliore di altri:
Professoressa Anna Maria Rossi - Le presunte basi biologiche del razzismo - Parte 1.
Professoressa Anna Maria Rossi - Le presunte basi biologiche del razzismo - Parte 2.
I Gruppi Sanguigni e la Storia dei Popoli

04 dicembre 2011

Georges de la Tour.

La pittura è, insieme alla musica, non solo una forma di arte ma anche un modo per comunicare in maniera non mediata dalla parola. Sia una musica che un'opera pittorica arrivano direttamente al nostro inconscio e alla nostra parte emozionale: sfido chiunque ad affermare di non aver mai provato in vita sua un brivido davanti a un'immagine o ascoltando una musica particolarmente belle.
E' vero che la storia della pittura annovera schiere di emeriti imbratta-tele, di personaggi forse troppo avanti rispetto all'epoca nella quale sono vissuti e dunque incompresi dai più [parlo per me e non oso mettere in dubbio la sua arte, ma non ho ancora deciso se Lucio Fontana, nel creare il suo "Concetto Spaziale, Attese" (link), sia stato più creativo o più sfrontato, per non parlare di Piero Manzoni e della sua... lasciamo perdere (link)], ma ci sono anche artisti d'indubbio valore che hanno davvero arricchito la pittura.

Uno di questi è Georges de la Tour (link), pittore francese del '600 le cui opere ci danno conto della sua straordinaria abilità nel dipingere la luce, dote che lo accomuna a Caravaggio.
I chiaroscuri, il soggetto in piena luce e tutto il resto nella penombra, il realismo quasi fotografico delle figure danno ai suoi una forza che non lascia indifferente l'osservatore.

Dal 26 novembre al prossimo 8 gennaio due fra i suoi quadri più straordinari saranno in mostra a Milano, a Palazzo Marino.
Si tratta della bellissima "Adorazione dei Pastori" e del "San Giuseppe Falegname". Chi abita a Milano - o chi vi si reca - non dovrebbe perdere quest'occasione per vedere due delle più belle opere del barocco francese.
L'ingresso è gratuito.

"Adorazione dei Pastori"




"San Giuseppe Falegname"



21 novembre 2011

Italiani brava gente...

Se c'è una cosa che sopporto poco e male è la retorica onfalocentrica, autoincensatoria e autoassolutoria che si riassume con la locuzione "Italiani, brava gente".
Questo luogo comune fa regolarmente capolino nei discorsi dei più prevenuti fra gl'italiani (sempre che tali si sentano... perchè molti di loro affermano di appartenere a una fantomatica nazione che ha sulla bandiera lo stesso disegno delle tigelle e della quale fino a 25 anni fa nessuno sapeva nulla, nemmeno che esistesse) quando parlano degli stranieri in Italia e tirano fuori la litania degl'italiani emigrati all'estero i quali - al contrario di quanto fanno gl'immigrati in Italia che secondo loro tendono a essere tutti delinquenti - sono tutti gran lavoratori, onesti, rispettati e benvoluti dai popoli che li ospitano.
Come se negli ultimi 150 anni non avessimo "esportato" in tutto il mondo, oltre a milioni di uomini e donne desiderosi di rifarsi una vita onesta lontano dal patrio suolo, anche un elevatissimo numero di delinquenti, mafiosi, faccendieri, assassini, terroristi e altre belle personcine di questa fatta.

Sarà, ma dalla mia personale esperienza all'estero non posso dire che noi italiani si abbia quella gran reputazione... semmai è vero il contrario: tempo addietro, a Londra, mentre mi trovavo in un negozio insieme a un amico sentii distintamente uno dei commessi (che ci aveva "identificati" per averci sentito parlare italiano, ancorchè sottovoce) sibilare a un suo collega: "Mind those guys, they're italians" cioè "Fai attenzione a quei due, sono italiani".
Quella frase mi colpì come una staffilata e fu per me altrettanto dolorosa, eppure è questa l'idea che all'estero hanno di noi: un popolo chiassoso, insofferente alle regole, che ha bisogno di almeno un metro di spazio tutt'intorno per poter gesticolare liberamente e tendenzialmente disonesto, dunque da tenere d'occhio quando entra in un negozio perchè - si sa - l'occasione fa l'uomo ladro e gl'italiani le occasioni le trovano anche dove non ci sono.

Chiunque abbia passato un po' di tempo all'estero - per lavoro o per vacanze - questo pregiudizio antitaliano lo ha quasi sicuramente vissuto sulla propria pelle; si spera dunque che non commetta lo stesso errore facendo di ogni erba un fascio e trattando tutti gli stranieri in Italia col medesimo pregiudizio, senza distinguere il grano dal loglio.
Chi invece non ha mai messo il naso fuori dalla sua città - al massimo dalla sua regione o da quelle confinanti - è sinceramente convinto che noi siamo i migliori e che il mondo intero sia lì ad aspettare la venuta di un italiano da venerare e a cui ispirarsi.

Per questi ultimi ho trovato su Youtube due filmati di animazione di Bruno Bozzetto che con molta ironia mettono in evidenza i principali difetti di noi italiani, quelli per cui all'estero ci facciamo riconoscere senza possibilità di errore e che in nazioni con maggior senso civico (o semplicemente con più educazione) proprio non ci perdonano.
Un terzo filmato mette alla berlina alcune nostre pessime abitudini e altri atteggiamenti di cui spesso nemmeno ci rendiamo conto.
Facciamoci quattro risate guardandoli, ma soprattutto facciamoci un bell'esame di coscienza: siamo davvero sicuri di essere i migliori? Possibile che tutti gli altri popoli siano feccia?

Quanti atteggiamenti e quante azioni fra quelle evidenziate nei filmati che seguono ci appartengono - magari inconsciamente - e di quando in quando riaffiorano senza che ce ne rendiamo conto?
Non sarebbe il caso di fare il possibile per evitarli e diventare dei cittadini (del mondo) migliori?









31 ottobre 2011

Misoginia.

Ma che hanno fatto le donne ai "creativi" della pubblicità?
O meglio: perchè i creativi della pubblicità ce l'hanno così tanto e in modo così viscerale con il genere femminile?
Deve per forza trattarsi di maschi, mi rifiuto di pensare che tali creativi possano essere donne perchè nessuna donna rappresenterebbe mai sè stessa nei modi dei quali mi accingo a scrivere.

L'immagine della donna che esce dalle pubblicità è tremenda... e ciò rende - se possibile - ancor più incomprensibile l'accondiscendenza femminile verso la pubblicità, perchè è proprio alle donne che si rivolgono le peggiori pubblicità che vedo in televisione.

All'inizio fu Tino Scotti. 
Chi ha più di 40 anni ricorderà la sua famosissima pubblicità per il Confetto Falqui in un'epoca in cui, sia nella vita quotidiana che soprattutto in televisione, anche solo nominare qualcosa che avesse a che fare con funzioni fisiologiche era proibito, era tabù. 
Prima del 1970, ma anche poco dopo, nessuna persona per bene ed educata avrebbe potuto entrare in una farmacia e chiedere un purgante senza arrossire e senza sentirsi terribilmente a disagio, quindi buona parte del successo commerciale del Confetto Falqui è da ascrivere all'azzeccatissimo slogan che lo pubblicizzava: "Falqui, basta la parola!" e così non era necessario dover spiegare al farmacista di che disturbo si soffrisse e di cosa si avesse bisogno.

Che io ricordi, Tino Scotti è stato il primo e unico uomo stitico della pubblicità; al massimo con lui c'erano i bambini buoni, ai quali in quanto tali si propinava un altro purgante... e Dio solo sa cosa mai passasse in capo a quelle madri che per premiare i bambini che si comportavano bene li purgavano, in ciò sobillate da quello slogan tanto surreale quanto sadico: "Ai bambini buoni, la dolce Euchessina".
Quando ero bambino io (e grazie al cielo ero un po' discolo, il chè unito al fatto che mia madre era poco ricettiva alle pubblicità idiote e aveva il buon senso di non darmi farmaci dei quali non avevo bisogno, mi ha salvato da inutili purghe...) circolava una specie di battuta:
- "Ai bambini buoni, la dolce Euchessina"
- "E a quelli cattivi?"
- "Che spingano!"
Dopo Tino Scotti, il monopolio della costipazione intestinale perenne e continua è sempre stato appannaggio del genere femminile e se ci si fosse limitati a quello per le donne la situazione sarebbe anche stata accettabile.
Invece col passare degli anni la misoginia dei creativi della pubblicità ha raggiunto vette impensabili e temo che in futuro andrà anche peggio, se non si farà qualcosa.

Se si fa caso alle pubblicità di oggi e si ricordano quelle degli ultimi 30 anni circa, ci si accorgerà che le cose più innominabili, le situazioni più disgustose e le rappresentazioni più stupide vedono sempre e solo le donne come protagoniste, il chè equivale a dire che siccome la pubblicità punta all'identificazione del possibile acquirente con il testimonial, le destinatarie dei prodotti in oggetto dovrebbero in teoria identificarsi con le attrici che li promuovono e, in ultima analisi, essere come loro: svampite, sciocchine e portatrici "poco sane" dei più innominabili disturbi e/o problemi (non solo fisici ma, si direbbe, anche intellettivi).
Giusto per citare alcune pubblicità, oltre che essere le uniche sempre costipate, sono solo donne ad avere perdite di urina che le fanno vergognare per il cattivo odore se si trovano in ascensore con un uomo, sono solo donne ad avere protesi dentali instabili, solo le donne hanno pruriti intimi e non ne fanno mistero parlandone immediatamente con madri, amiche e colleghe, al punto che queste pur di zittirle mettono loro in mano lo spray giusto mentre una scritta in sovrimpressione avverte che il prodotto è per uso topico ed esterno, dal momento che lo spray in questione ha quasi lo stesso nome di un colluttorio e non si sa mai che qualcuna assuma per bocca l'antiprurito vulvare.

Un tempo le donne avevano bisogno dell'assorbente per pochi giorni al mese. Adesso invece ne hanno bisogno tutti i giorni: l'assorbente nei giorni canonici e il salvaslip per le piccole perdite durante il resto del mese. Tempo fa ce n'era uno ideale per le ragazze che dovevano fare un provino cinematografico e avevano necessità di fare la ruota indossando, chissà perchè, un paio di pantaloni candidi proprio durante il ciclo. 
Da un paio di giorni passa una pubblicità in cui una professionista grida tutta eccitata alla sua collega d'ufficio "Vado a cambiarmi lo slip!" come se fosse una cosa di cui andar sommamente fiera e dunque da sbandierare ai quattro venti, poi magnifica le virtù dell'ultimo assorbente da cambiare anche più volte al giorno, come se al posto di un normale ed efficente apparato urinario le donne avessero delle inarrestabili cateratte da contenere - sembra inutilmente a giudicare dalla pletora di salvaslip in vendita - con ogni mezzo.
Sono sempre donne ad aver bisogno di bere come cammelli bicchierate su bicchierate di acque oligominerali per stimolare la diuresi, fare tanta "plin plin", depurarsi e buttar fuori chissà quali tossine e scorie immonde; per la verità c'è anche un uomo che pubblicizza un'acqua minerale, ma da quanto si evince dalla pubblicità gli uomini non hanno scorie e tossine di cui liberarsi: a Del Piero - dunque per estensione agli uomini - l'acqua oligominerale è necessaria solo per poter digerire bene...

Che dire poi di quella pubblicità nella quale si vedevano alcune ragazze intente a brucare voluttuosamente l'erba di un prato solo perchè il cameriere sbadato ci aveva rovesciato sopra un aceto balsamico, peraltro industriale?
E di quella in cui la signora verniciava con movenze seducenti una ringhiera insieme alla cameriera Giovanna, a sua volta vestita come le servette dei film pecorecci degli anni '70, sotto lo sguardo soddisfatto del marito che commentava con voce sorniona "Brava Giovanna, brava..."?
E di quella signora arcigna che telefona annunciando il suo imminente arrivo e gettando nel panico il marito separato e le due giovani figlie, i quali si precipitano a pulire il bagno col disincrostante perchè la prima cosa che la signora farà arrivando in quella casa sarà correre immediatamente a passare il dito nel lavabo per assicurarsi che sia pulito a dovere?
Non parlerò per carità di patria delle condizioni in cui permettono che si riducano le loro case quelle donne che appaiono nelle pubblicità dei detersivi per pavimenti: nemmeno in una fonderia del diciannovesimo secolo alimentata a carbone il pavimento era nero e sporco come in quegli appartamenti; certi prodotti non li compro proprio perchè mi urta pensare che chi li produce mi consideri un sozzone di quella fatta.

C'è poi lo strano rapporto fra le donne e il cibo. 
Per pubblicizzare uno yoghurt lo slogan le invita a farci l'amore. In compenso se devono preparare qualcosa da mangiare per i figli di sicuro sarà qualcosa di fritto (Giravolte, Croccarelle, Sofficini, bastoncini di pesce o di pollo e simili), un formaggio da cucinare alla piastra o delle fettine che una bambina dal marcato accento brianzolo metterebbe perfino sul gelato, o passano direttamente a tortine e dolciumi. Pare che in Italia un bambino su quattro sia obeso e un altro su quattro sia sovrappeso; se la metà dei bambini italiani ha problemi metabolici sappiamo il perchè.
Un tempo c'era il dado da brodo: era piccolo, leggero, economico e funzionale. Adesso il dado non va più bene: il brodo di dado lo deve fare direttamente il produttore, deve metterlo in un brick da mezzo litro e raccontare che è buono come il brodo di manzo e cappone fatto in casa, così oltre al dado riuscirà a vendere alla massaia con poco tempo per cucinare - ma in compenso molto suggestionabile e poco attenta all'ecologia oltre che al borsellino - anche mezzo litro d'acqua, almeno 50 volte tanto di imballaggio e farsi pagare il tutto molto di più di un astuccio da 10 o 20 dadi.

Potrei continuare a lungo con gli esempi, ma mi fermo qui. Ciò che voglio sottolineare è lo scarso rispetto che i pubblicitari dimostrano per le donne e la pessima immagine che ne danno.
Mi dissocio da tutto questo: mi offende come uomo che contrariamente ai pubblicitari rispetta le donne, ne riconosce i meriti senza percepirli come una minaccia a un inesistente primato maschile e ha di loro un'opinione assai più alta.

Il solo modo per far cessare queste vergognose pubblicità è depotenziarle, renderle inutili: se la pubblicità è stupida, se squalifica il ruolo e la figura delle donne, se le tratta come delle minus habentes, basta non comprare i prodotti così reclamizzati.
Il solo modo per far cambiare registro alle aziende che commissionano siparietti così degradanti per le donne è colpirle nel fatturato: se perdono terreno rispetto alla concorrenza qualche domanda se la faranno immediatamente e agiranno di conseguenza.

Che la facciano da sole o insieme a un uomo, la spesa è un'incombenza che per mille ragioni ancora tocca prevalentemente alle donne, quindi sono proprio loro ad avere il potere di cambiare le cose.
Anzichè prestare attenzione a cose che pure sono importanti, come i cosmetici non testati su animali o i prodotti etici, ma che sono senz'altro secondarie alla mancanza di rispetto e all'insulto della loro dignità che è evidente in tante, troppe campagne pubblicitarie, sarebbe più opportuno che l'altra metà del cielo smettesse di comprare i prodotti reclamizzati in maniera degradante per le donne.

Signore, quando fate la spesa voi potete decidere di premiare chi vi rispetta e mandare in rovina chi vi considera delle poverette: il potere è nelle vostre mani, adesso tocca a voi esercitarlo. 
Io, nel mio piccolo, in questo vi sto già aiutando.

23 ottobre 2011

Ed è subito sera...



« Ognuno sta solo sul cuor della terra

trafitto da un raggio di sole:

ed è subito sera... »



© Ta7za 



Marco Simoncelli
20 gennaio 1987 ~ 23 ottobre 2011


09 ottobre 2011

«Occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido.»

La pena di morte accompagna da sempre l'umanità.
Uso il presente non solo perchè è tuttora applicata in troppi Paesi, ma anche perchè in molti Paesi che non la prevedono la gente la reclama per punire i crimini più odiosi.

L'istinto di vendicarsi è connaturato all'uomo e tale istinto è sempre stato assecondato dalle istituzioni, un po' per la tendenza tutta umana a fare giustizia sommaria e un po' perchè prevedere la pena di morte negli ordinamenti legislativi dovrebbe servire a "tener buone" le masse, anche se non c'è alcuna evidenza di riduzione dei crimini efferati nei Paesi che la prevedono.
Si consideri poi che in diversi Paesi la pena capitale è prevista non solo per punire i crimini ma anche per eliminare i dissidenti, gli oppositori politici o per eliminare chi è considerato diverso: nessuno sceglie il proprio orientamento sessuale, eppure in alcuni Paesi averne uno minoritario è considerato una colpa da punire con la tortura e la morte.
Quando sento chiedere "condanne esemplari" io rabbrividisco sempre: la giustizia deve infliggere condanne giuste, non condanne esemplari. Se si dovesse dar retta a ciò che la gente vuole, ci sarebbe un linciaggio al giorno in ogni città.

Purtroppo, eccetto pochissime eccezioni, il retaggio culturale della pena di morte è radicato in tutte le società e in tutte le culture. Le tre principali religioni monoteiste (Ebraismo, Islam e Cristianesimo), che pure predicano l'amore universale, la bontà e il rispetto reciproco, considerano accettabile la pena di morte ed è prevista dai loro testi sacri.
Per quanto riguarda il Cristianesimo - partendo dal ben noto "Occhio per occhio, dente per dente, mano per mano, piede per piede, bruciatura per bruciatura, ferita per ferita, livido per livido" di Esodo 21,24 su cui si basa la legittimazione morale della pena capitale nei Paesi occidentali e principalmente negli Stati Uniti - innumerevoli versetti della Bibbia indicano la pena di morte come giusta punizione e specificano con precisione i casi e i modi in cui dev'essere comminata.

Sarebbe facile dire che certi Paesi mantengono la pena capitale nei loro ordinamenti perchè si tratta di Paesi culturalmente più arretrati, quindi parlerò di cosa succede in quelli evoluti, o meglio di cosa succede nel Paese che pretende di ergersi a esempio di civiltà per tutto il mondo.

Negli Stati Uniti la carica di giudice è elettiva in una quarantina di Stati, il chè significa che i giudici vengono eletti dal popolo esattamente come il sindaco e i politici; anche in Italia un partito politico ha ipotizzato di rendere elettiva la carica di giudice ma spero che nessun Governo si sogni mai di introdurre questa regola.
Ora, se un giudice viene eletto dal popolo, quali garanzie può dare circa la sua imparzialità di giudizio? Se il popolo chiede a gran voce la pena di morte (perchè le masse non ragionano con la lucidità propria del cervello ma piuttosto con l'istinto sanguinario della pancia e sono sempre pronte a linciare il presunto colpevole) quale giudice andrebbe contro i desiderata di chi lo ha eletto rischiando di non vedersi riconfermato nell'incarico alle successive elezioni?

Il problema è che la giustizia è amministrata dagli uomini e gli uomini per loro natura non sono infallibili, anzi sbagliano assai di frequente.
Il sito web del 'Death Penalty Information Center' (link) evidenzia come dal 1973 a oggi, in America, ben 138 persone in 26 Stati abbiano avuto una revisione del processo e siano state assolte con formula piena per non aver commesso il fatto. (link)
La cosa terribile e inaccettabile è che in precedenza quelle 138 persone erano state condannate alla pena capitale: sono state anni e anni nei bracci della morte ad aspettare l'incontro col boia e a sentir gridare "Dead man walking!" ("Morto che cammina!") quando passavano accanto alle guardie.

Il caso più impressionante è quello di Peter Limone (link).
Limone fu accusato di omicidio e condannato alla sedia elettrica nel 1968 insieme ad altre tre persone. Le testimonianze che inchiodarono lui e gli altri tre erano false, ma occorsero 33 anni per scoprirlo e Limone usci dal braccio della morte da uomo libero e riabilitato solo nel 2001.
Rimase in prigione pur essendo innocente ben 33 anni: più o meno 396 mesi, ovvero 12.050 giorni, ovvero 289.200 ore.
Nel frattempo due dei suoi "complici", pure innocenti, morirono in galera e il terzo fu scarcerato quattro anni prima di Limone.

Ci rendiamo conto di cosa significano ben 138 condannati a morte e riconosciuti innocenti solo per caso, magari scagionati da un test del DNA non disponibile all'epoca della condanna, o perchè qualcuno ha confessato dopo anni di aver testimoniato il falso, o perchè dei giudici hanno deciso di seguire la coscienza anzichè l'interesse e hanno riaperto casi già chiusi?
Per 138 innocenti riconosciuti tali dopo anni di braccio della morte e riabilitati, quanti sono stati gl'innocenti ingiustamente finiti sulla sedia elettrica, nella camera a gas o uccisi dalle iniezioni letali? 
Fosse anche uno solo, per me un unico innocente condannato a morte è inaccettabile, dunque per me diventa inaccettabile anche la pena di morte, senza eccezione alcuna.

Qualcuno può forse obiettare che se io stesso o qualcuno dei miei cari dovesse essere vittima di un crimine efferato cambierei idea. No, non è così.
Purtroppo su questo la vita mi ha già messo pesantemente alla prova e nonostante tutto rimango convintamente contrario alla pena capitale. Per me è importante che non sia prevista negli ordinamenti per evitare che anche un solo innocente sia messo a morte e ciò per un motivo assai semplice: quell'innocente condannato per sbaglio potrebbe essere chiunque: potrebbe essere chi mi sta leggendo, uno dei miei cari... potrei anche essere  io e non voglio che ciò possa accadere.

Ricordo che anni fa un vigile urbano lasciò sotto il tergicristallo della mia macchina una contravvenzione per disco orario scaduto: ma me la elevò 10 minuti prima che scadesse effettivamente il tempo consentito per la sosta perchè interpretò male l'ora indicata. 
Andai al comando della Polizia Municipale per spiegare le mie ragioni e il funzionario con cui parlai mi disse che non poteva fare nulla, perchè era la mia parola contro quella del vigile che mi aveva multato e che tutt'al più avrei dovuto esporre le mie ragioni a quel vigile nel momento in cui mi sanzionava. Si, va bene, ma io in quel momento mica ero lì... e alla fine dovetti pagare quella sanzione ingiustamente comminatami.
Da questo piccolo episodio capii che potevo in qualsiasi momento trovarmi nell'impossibilità di dimostrare la mia innocenza ed essere costretto a subire una pena ingiusta; quella volta il non poter dimostrare la mia innocenza mi costò una multa, ma se invece qualcuno mi avesse accusato di un crimine gravissimo, se non avessi potuto provare di non averlo commesso, se un giudice non avesse creduto alla mia innocenza e mi avesse condannato?
No, nessun crimine, per quanto grave, dovrebbe essere punito con la morte del reo perchè i giudici sono umani e in quanto tali sono fallibili. A certi errori non si può porre rimedio.

Sono sempre di più gli Stati che cancellano la pena di morte dai loro ordinamenti e spero che un giorno questa barbarie scompaia del tutto.
Il 10 ottobre, domani, sarà la "Giornata Mondiale Contro La Pena Di Morte" e in rete ho trovato una bella illustrazione che la sostiene: si tratta di un'opera del disegnatore libanese Fouad Mezher (link), che ringrazio di cuore per avermi concesso di pubblicarla sul mio blog.
Nelle rapprersentazioni allegoriche, la Giustizia è una donna con una bilancia in una mano e una spada nell'altra. La bilancia simboleggia l'equità e l'equilibrio del giudizio, mentre la spada rappresenta la forza e il potere che la Giustizia deve avere per imporre e far rispettare i suoi giudizi.
Il terzo attributo dell'allegoria della Giustzia è la benda sugli occhi, con il significato positivo dell'imparzalità nel giudicare proprio di chi "non guarda in faccia nessuno".

Ebbene, quando la Giustizia getta a terra la bilancia, depone la spada e si appoggia al palo di una forca per farsi un bicchiere e fumarsi una sigaretta insieme alla Morte, smette di essere Giustizia.
Pensiamoci... pensiamo a quei 138 innocenti restituiti per caso alla vita e pensiamo al numero infinitamente più alto di uomini e donne che sono stati - e saranno - messi a morte pur non avendo commesso alcun reato

Uno solo è già troppo.

© Fouad Mezher.

11 settembre 2011

11 settembre, 2001 ~ 2011.

Ci sono eventi talmente grandi - o talmente impossibili da metabolizzare - che rimangono impressi nella memoria di ogni persona, segnano un solco incolmabile fra il "prima" e il "dopo" l'evento e dopo nulla è più come prima.
La cosa più impressionante è che fra i ricordi non rimane impresso per sempre solo l'evento epocale, ma con esso si cristallizza nella memoria anche la nostra vita: a distanza di anni, di decenni, ci ricordiamo esattamente dov'eravamo e cosa stavamo facendo nel momento in cui abbiamo appreso la notizia dell'evento che cambia il mondo.

Il 3 giugno 1963 avevo quattro anni, dunque ero troppo piccolo per sapere chi fosse Giovanni XXIII e per sapere chi fosse il papa. Ho tuttavia un ricordo straordinariamente vivido della sua morte: allora frequentavo un asilo gestito da suore e ricordo la loro disperazione per la morte del papa.
Il giorno dopo nessuna delle suore, che solitamente erano molto affettuose con noi bambini, aveva voglia di sorridere e ricordo perfettamente due delle suore che si occupavano di me piangere a dirotto, sconsolate. Per me le suore che piangevano in quel modo erano qualcosa di mai visto prima, non capivo cosa stesse succedendo intorno a me e mi spaventai molto.

Sei mesi dopo, il 22 novembre 1963, ero sempre troppo piccolo per sapere chi fosse John Fitzgerald Kennedy e quale fosse la portata storica del suo assassinio, però anche questo ricordo è indelebile nella mia memoria: ero in auto con i miei genitori, stavamo tornando a casa dopo aver fatto visita a mia nonna e ricordo perfettamente - come se l'avessi sentita poco fa - la voce di mio padre che, strada facendo, parlando con mia madre diceva "Hanno ammazzato Kennedy" e poco dopo "Kennedy è morto, chissà adesso cosa succede". 
Era lo sgomento nella sua voce, un tono che non avevo mai sentito prima, a turbarmi e nonostante fossi così piccolo capivo che stava succedendo qualcosa di talmente grande da spaventare mio padre... che a quell'età ogni bambino vede come una figura onnipotente e invincibile.

Con un salto di 18 anni si arriva al 1981 e alla strage della stazione di Bologna. Anche a questo evento posso collegare la mia vita perchè ricordo dov'ero, con chi, i commenti... tutto.

Infine l'11settembre 2001, che non è  un'iperbole definire il giorno che ha cambiato il mondo. Perfino più dei giorni in cui scoppiarono la prima e della seconda guerra mondiale.
Tutti ricordiamo benissimo quel pomeriggio perchè già la notizia di un doppio attentato compiuto lanciando degli aerei pieni di gente innocente contro due grattacieli in quella che nel mondo è conosciuta come "la" metropoli era un'enormità.
Alla notizia si aggiungevano le immagini che senza sosta passavano in televisione e che sembravano le sequenze di uno dei tanti films catastrofici che più o meno tutti abbiamo visto almeno una volta. Ma quello non era un film, quelli non erano effetti speciali: era tutto tragicamente vero... ed era tutto al di là dell'immaginabile.

Di quei giorni ricordiamo l'allarme su scala planetaria, il blocco mondiale del traffico aereo, le borse chiuse per una settimana, le ipotesi su cosa fosse veramente accaduto, la sequela di attentati in diverse parti del mondo perpetrati negli anni successivi, le guerre iniziate in nome della pace in diversi Paesi e non ancora finite... e dopo i ricordi collettivi ci sono i ricordi personali, le immagini di quelle ore che ognuno di noi si porta dentro perchè ci hanno colpito più di ogni altra fra quelle che in quei giorni e in questi anni ci sono state mostrate a profusione dai mezzi d'informazione.

L'immagine indelebile che io ho dell'11 settembre 2001 sono le brevissime ma agghiaccianti sequenze filmate - pochi secondi nella realtà ma che devono essere stati lunghi come un incubo per i protagonosti - in cui si vedono le persone intrappolate ai piani alti dei due grattacieli che in preda al terrore si lanciano nel vuoto scegliendo (chissà se e fino a che punto deliberatamente) la certezza di una fine relativamente rapida all'incubo del fuoco sempre più vicino... o dell'ignoto a cui stavano andando incontro.
Il ricordo di quelle persone che precipitando scalciavano, si agitavano, disegnavano figure nell'aria come se stessero disputando una tragica e mortale gara di tuffi dalla piattaforma o semplicemente si lasciavano caderere a braccia aperte come dei crocefissi, mi turba ancora oggi.
Chissà cosa passò nella loro mente, quali siano stati i loro pensieri e a chi avranno pensato durante quel volo durato l'eternità di pochi secondi... il mio stomaco si chiude ancora, se ci penso.

Ricordo poi la crudeltà con cui la sorte - ineluttabile - ha voluto a tutti i costi accanirsi contro un uomo e una donna di nazionalità dominicana che lavoravano al World Trade Center: si salvarono entrambi dagli attentati e dai crolli e stavano tornando nel loro Paese, lui per iniziare un nuovo lavoro e lei per andare a trovare i parenti.
Quale fosse il loro destino, però, era già scritto: morirono insieme ad altre 263 persone esattamente due mesi dopo, il 12 novembre 2001, quando l'Airbus A300 dell'American Airlines decollato dall'aeroporto Kennedy di New York che avrebbe dovuto riportarli a Santo Domingo precipitò nel Queens per un cedimento strutturale.


La loro sorte era di morire per causa di un aereo; si erano salvati la prima volta, ma la seconda volta il destino ha preteso le loro vite, non gli ha lasciato scampo... e mi torna in mente la canzone "Samarcanda" di Roberto Vecchioni:



Per ricordare le 2.974 vittime di quella tragedia è stato costruito un memoriale nel luogo che tutto il mondo conosce come "Ground Zero": un parco alberato e due fontane di forma quadrata, poste esattamente dove sorgevano le due torri crollate, entro cui l'acqua precipita dalle alte pareti.

Io, nel mio piccolo, per ricordare quel dramma e le migliaia di vittime innocenti, oltre a pubblicare questo intervento esattamente all'ora in cui 10 anni fa ebbe inizio il dramma segnalo qui sotto la cronologia dei fatti accaduti l'11 settembre 2001 e un collage con le foto di quasi tutte le vittime.
Riposino in pace.

 


04 settembre 2011

Figli di un dio minore.

Ricordo che quando avevo intorno ai 17~18 anni e notai che gli adulti mi davano sempre più spesso del "lei" anziché del "tu", mi resi conto di essere (finalmente) diventato anche io adulto a tutti gli effetti e di essere (finalmente) riconosciuto come tale. Era una sensazione molto bella, che gratificava parecchio la mia autostima e mi faceva sentire non più adolescente, ma unus inter pares nella società.
La forma allocutiva di cortesia con cui gli altri si rivolgevano a me era indice di quel rispetto che si accorda alle persone che non si conoscono e con le quali non c'è la confidenza necessaria per passare al "tu", che tuttavia si usa comunemente con bambini e adolescenti anche sconosciuti.

Sfortunatamente per loro, a due categorie di persone la possibilità di sentirsi inter pares non già entrando nell'età adulta, ma in assoluto, è del tutto preclusa: mi riferisco ai disabili e agli stranieri, da sempre figli di un dio minore.

Chi mi legge, trovandosi in coda in un ufficio postale, all'USL, all'anagrafe, in banca, in un qualsiasi negozio o dovunque ci sia da aspettare il proprio turno, avrà senz'altro notato che raramente gl'impiegati, gli esercenti e i funzionari si rivolgono a disabili e stranieri con il "lei": evidentemente, ai loro occhi disabili e stranieri non sono dei pari a cui rivolgersi con il dovuto rispetto e nemmeno dei cittadini che con le tasse pagano il loro stipendio, ma restano sempre degl'inferiori a cui possono dare tranquillamente del "tu" senza che il Super-Io li faccia sentire quelle persone irrispettose e maleducate che in realtà sono.

Prestando attenzione a queste situazioni, ho notato che ci si rivolge con il "tu" a stranieri e disabili anche quando questi danno del "lei" a coloro che stanno dall'altra parte del bancone o dello sportello, i quali dal canto loro danno tranquillamente del "tu" anche a stranieri e disabili visibilmente assai più adulti senza avere il benché minimo dubbio sulla inopportunità del loro atteggiamento.

Qualche distinzione fra i disabili viene però fatta: a un adulto con una mutilazione o su una sedia a ruote, così come a un cieco, si dà del "lei", mentre invece un sordomuto che ha difficoltà ad articolare le parole, uno spastico che si muove a scatti o chi è affetto da Trisomia 21 anche in forma lieve, è condannato a un'eterna fanciullezza che non prevede mai il diritto al rispetto suggellato dal "lei", neppure se hanno 60 anni e chi gli si rivolge ne ha la metà o anche meno.
Per la verità qualche distinzione si fa anche per gli stranieri: se sono turisti, danarosi e occidentali o giapponesi vengono serviti e riveriti, mentre se vivono in Italia, ci lavorano e vengono da Paesi classificati come sottosviluppati, la vulgata li vuole miserabili e come tali vengono trattati. Ci si stupisce quando si scopre che hanno una carta di credito o una macchina più grande di un'utilitaria e che non sia vecchia di almeno 8 o 9 anni. In tal caso il retropensiero è: un immigrato extracomunitario non può avere tanti soldi e, se li ha, di sicuro non può averli guadagnati onestamente; costui è uno che delinque.

Questi stranieri non hanno alcuna chance: non sono mai riconosciuti come pari, dunque gli si dà del "tu" a qualsiasi età e quale che sia il lessico con cui si rivolgono agl'interlocutori.

Una volta, irritato dal tono sprezzante con cui un giovane impiegato di posta si rivolgeva a uno straniero di mezza età, gli chiesi perché non gli desse del "lei" come faceva con tutti gli altri; la sua risposta - ancor più sprezzante - mi lasciò allibito: "Guardi che quelli lì capiscono solo il tu".
Insomma, i peggiori italiani sono convinti che gli stranieri di determinate nazionalità (e alcune categorie di disabili) siano dei poveri ignoranti - se non addirittura dei minus habentes - che non capiscono le sfumature della lingua italiana.

In certi casi può essere vero che l'italiano metta in difficoltà, soprattutto se si parla di stranieri residenti in Italia da poco tempo e con poca familiarità con la nostra difficilissima lingua... che del resto crea non pochi grattacapi anche a un numero rilevante di cittadini italiani, perfino a quelli eletti a far parte del Parlamento quando non si tratti addirittura di ministri: ricordo un'intervista in cui l'allora Ministro della Cultura noto per l'aspetto, i modi ieratici e il tono della voce che gli sono valsi il soprannome di "il frate", sbagliava clamorosamente i congiuntivi. Questa forma verbale è la bestia nera anche di un politico di lungo corso attualmente Capogruppo alla Camera dei Deputati di un grande partito: a dispetto della sua laurea in Giurisprudenza, che dovrebbe implicare un'ottima conoscenza della lingua italiana, non azzecca un congiuntivo nemmeno per sbaglio.

Tornando agli stranieri, se è comprensibile che chi è in Italia da poco tempo possa avere una conoscenza approssimativa della nostra lingua e tenda a semplificarla dando del tu a tutti (venendo ripagato allo stesso modo anziché con il "lei" che potrebbe accelerare il corretto apprendimento della nostra lingua), è anche vero che chi sta qui da più tempo l'italiano lo conosce, comprende la differenza fra "tu" e "lei" e usa le due forme allocutive in modo appropriato.
Ora, se uno straniero si esprime con proprietà di linguaggio in un italiano formalmente abbastanza corretto e dà del "lei" a un esercente, a un impiegato o a un funzionario, non si capisce perché quest'ultimo, massimamente se si tratta di un pubblico dipendente, non debba rivolgersi a un cittadino - ancorché straniero - dandogli a sua volta del "lei". E non si capisce perché ci si debba permettere di dare del "tu" a un disabile.
Si tratta di una mancanza di rispetto che non ha giustificazione: stranieri e disabili non sono sub-umani!

C'è anche chi si spinge ben oltre il "tu" nel dimostrare scarsa o nulla considerazione per gli stranieri.
Anni fa, mentre passeggiavo in centro, incontrai un amico africano di poco più giovane di me che vive in Italia da quasi 20 anni, parla un italiano formalmente molto corretto - congiuntivi inclusi - e con un lessico piuttosto esteso. Stava andando in un'agenzia di viaggi perché doveva prenotare un volo per tornare nel suo Paese e da sua moglie che aveva appena partorito la loro prima figlia. Mi chiese di accompagnarlo, così nel frattempo avremmo fatto quattro chiacchiere e siccome non avevo altro da fare andammo insieme in agenzia. C'era gente, dovevamo aspettare un po' e continuammo a chiacchierare del più e del meno, seppure a bassa voce per non disturbare.
Quando fu giunto il suo turno, il mio amico si avvicinò all'impiegato e gli spiegò cosa voleva nel suo italiano perfetto e usando l'allocuzione di cortesia "lei"; io stavo dietro di lui a un metro di distanza. L'impiegato ascoltava lui, gli si rivolgeva con il "tu" e spesso lanciava occhiate verso di me mentre gli parlava; il suo atteggiamento m'irritava oltremodo, ma stavo zitto e in posizione arretrata; in fondo ero lì per caso.
Dopo un po' smise di rivolgersi a lui, di guardarlo e cominciò a chiedere a me i dettagli del volo e del pagamento, dandomi naturalmente del "lei". A quel punto non resistetti oltre e  sbottai: «Guardi che il cliente è il signore che ha di fronte, non io: è lui che le sta parlando, che le ha chiesto un volo e che si aspetta da lei delle risposte. Che c'entro io, che non ho aperto bocca? E poi: se questo signore le sta dando del "lei", perché non fa altrettanto? Perché gli dà del "tu" dal momento che non lo conosce?»
L'impiegato farfugliò qualcosa d'incomprensibile e, con modi bruschi ma dandogli da quel momento del "lei", prenotò il volo al mio amico.

In accordo col pregiudizio diffuso, se un italiano e uno straniero sono insieme è senz'altro l'italiano ad avere la posizione rilevante ed è senz'altro lo straniero a essere subalterno o al servizio dell'italiano. Se non peggio.

Oliviero Toscani, il grandissimo fotografo che ammiro molto come artista delle immagini ma anche - e forse soprattutto - per le sue idee e il suo impegno contro il pregiudizio e a favore dei diritti civili di tutti, l'aveva già capito moltissimi anni fa quando nel settembre 1989, per una campagna pubblicitaria del marchio Benetton a lui storicamente legato, scattò questa fotografia ponendo la domanda: "Chi è il poliziotto e chi il prigioniero?"

Oliviero Toscani - Handcuffs
Non c'è nulla nell'immagine che ci soccorra nel distinguere il buono dal cattivo perché entrambi indossano il trasversale e democratico jeans e una camicia azzurra che, soprattutto in America, è comune sia alle uniformi dei poliziotti che a quelle dei prigionieri. Eppure il nostro condizionamento sociale insieme alle rappresentazioni stereotipiche dei media e del cinema ci hanno insegnato a pensare che il il tutore dell'ordine è bianco e che il criminale è nero.
Infatti è a questa conclusione che la quasi totalità della gente arriva... e sfido chiunque a negare di averlo pensato, avendo letto la domanda e un attimo dopo aver visto la foto.

Sarà difficile cambiare un condizionamento sociale e degli stereotipi così profondamente radicati, ma per cominciare si potrebbe pretendere dagl'impiegati e dai funzionari degli uffici pubblici un comportamento consono a chi in quel momento rappresenta lo Stato al servizio dei cittadini: a nessun dipendente pubblico dovrebbe essere permesso (né dovrebbe permettersi) di rivolgersi a un cittadino dandogli del "tu" e ciò indipendentemente dal fatto che tale cittadino sia italiano o straniero, disabile o no.
Questa minima forma di rispetto e di educazione dovrebbe poi essere attuata anche agli esercenti, ma in quanto privati è più difficile imporre loro delle regole di comportamento, a meno che non si tratti di dipendenti dai quali il datore di lavoro può (e dovrebbe) pretendere un atteggiamento rispettoso verso i clienti.

Nel frattempo, suggerisco a chi se la sente di fare un piccolo esperimento: la prossima volta che sentirà un dipendente pubblico (non importa di che livello e in quale ufficio) dare del "tu" a uno straniero o a un disabile, quando sarà il suo turno provi a rivolgersi a lui con il "tu", soprattutto se il funzionario ha qualche anno di più.
L'espressione massimamente contrariata che questi "signori" assumono quando un cittadino gli dà del "tu" la dice lunga sulla loro protervia.
Gli si spieghi poi perché ci si è presi questa libertà, gli si ricordi che l'educazione e il rispetto sono la base dei rapporti fra le persone e che, in quanto rappresentanti dello Stato, hanno il dovere rivolgersi ai cittadini con l'una e con l'altro.

Come dicevo è difficile cambiare le cose, ma finché qualcuno non comincia...

30 luglio 2011

Il sonno della ragione...

Le parole di Bertholt Brecht (attribuite anche al pastore Martin Niemöller, seppur con qualche variazione) non hanno bisogno di alcun commento.
Meglio leggerle, rileggerle, ascoltarle e poi rileggerle ancora e ancora, meditando sul fatto che prima o poi tutti ci troviamo nella scomoda posizione di essere - per un motivo o per l'altro, per un attimo o per tutta la vita - parte di una minoranza "diversa" pesantemente, inutilmente, dolorosamente e incomprensibilmente vessata da una maggioranza "uguale".

Si può essere discriminati per le proprie idee politiche, per la fede che si professa o perchè non se ne professa alcuna, per la posizione sociale, per una disabilità innata o acquisita, permanente o temporanea.
Ci si può ritrovare discriminati per il proprio aspetto, per come ci si veste, per l'orientamento sessuale, per le proprie condizioni economiche, per l'essere coppia more uxorio, per l'etnìa a cui si appartiene, per il fatto di essere stranieri nel luogo dove si vive, per una malattia, perchè si è vecchi e per mille altre ragioni oltre a queste.
Soprattutto si viene discriminati per via dell'ottusa e cieca cattiveria della massa: l'uomo è un animale da branco e quando il branco fiuta il sangue la preda non ha scampo.

Nessuno si senta tranquillo nel suo piccolo orticello: la storia c'insegna che il vento cambia molto in fretta, basta un nonnulla per ritrovarsi dall'altra parte.
Se la vista di cinque o sei energumeni che se la prendono con un singolo indigna chiunque abbia dentro di sè un barlume di umanità, non si capisce come mai poi tutti si autoassolvano quando è l'intera società ad angariare una minoranza, che in molti casi altra colpa non ha (ammesso che di colpa si tratti...) se non quella di esistere.
Ancor più difficili da accettare - e per certi versi perfino odiose - sono le vessazioni perpetrate da chi alza e sbandiera la fede come segno distintivo di chi, ipso facto, è sempre dalla parte della ragione, da quei bravi cristiani che andando a Messa la domenica e recitando un Pater-Ave-Gloria la sera prima di coricarsi credono di aver fatto il loro dovere verso Dio, la patria e la famiglia, anche se per la verità la maggior parte di loro se la cava con assai meno impegno.
Dopo aver provveduto al lavacro della coscienza, avanti con l'odio e con la discriminazione fino alla successiva comunione... sperabilmente preceduta almeno dalla confessione, perchè capita anche che un certo numero di quei "bravi cristiani" sia talmente presuntuosa e superba da convincersi di essere sempre senza macchia e dalla parte giusta, accostandosi dunque all'Eucarestia con una semplice autoassoluzione senza nemmeno passare dal confessore.

L'empatia e la conoscenza dell'altro, ma soprattutto l'incapacità radicata di volgere la testa dall'altra parte e l'istintiva, insopprimibile determinazione a levare sempre la propria voce in difesa delle minoranze discriminate, sono le sole cose che possono impedire il sonno della ragione... e risparmiare all'umanità i mostri che genera.

Homo homini lupus...



17 luglio 2011

"Fluidum Letale".


"Gli uomini potevano chiudere gli occhi davanti alla grandezza, davanti all'orrore e turarsi le orecchie davanti a melodie o a parole seducenti. Ma non potevano sottrarsi ai profumi. Poichè il profumo è fratello del respiro.
Con esso penetrava gli uomini, a esso non potevano resistere, se volevano vivere.
E il profumo scendeva in loro, direttamente al cuore e là distingueva categoricamente la simpatia dal disprezzo, il disgusto dal piacere, l'amore dall'odio.
"

Ho preso questo brano da "Il profumo" di Patrick Süskind perchè mi sembra un incipit perfetto per l'argomento di cui sto per scrivere. Non il profumo, ma il suo contrario: la puzza... che è anche il tratto distintivo dei luoghi in cui nacque e crebbe Jean-Baptiste Grenouille, il protagonista del romanzo.

Citando e parafrasando le parole di Süskind, non ci si può sottrarre alla puzza, poichè la puzza è sorella del respiro. A essa non si può resistere, se si vuole vivere.

La puzza ci circonda soprattutto adesso, in estate, quando il caldo torrido e i maledetti capi d'abbigliamento in tessuto sintetico trasformano tantissimi individui - uomini e donne in egual misura - in impunibili stupratori seriali dell'altrui olfatto.
Si può tranquillamente affermare che ogni giorno chiunque ha la sgradevole sorte di dover stare, per un tempo più o meno lungo, vicino a qualcuno che puzza; che si tratti di colleghi di lavoro o di chi ci sta vicino mentre si è in coda da qualche parte, che sia la persona che incrocia la nostra strada per un attimo o chi siede di fianco a noi per ore in treno o in aereo, che sia un altro avventore del bar dove facciamo una pausa o chi entra con noi in ascensore, il copione è il medesimo: all'improvviso, senza alcun segnale premonitore che ci permetta di difenderci allontanandoci, le nostre narici vengono colpite dal "Fluidum Letale" emanato dai caproni umani.

La cosa più incresciosa è che nella nostra società la puzza è un tabù fortissimo: chi puzza può imporre con arroganza al mondo intero il proprio disgustoso afrore e togliere il fiato a chiunque gli stia intorno, ma le vittime di questi stupratori olfattivi non hanno mai il coraggio di ribellarsi, di far notare al mal lavato di turno quanto la sua puzza sia rivoltante.

Le regole sociali ammettono che chi viene disturbato dal comportamento degli altri possa protestare, ammettono che chi prova fastidio per il fumo di sigaretta possa pretendere ope legis che i fumatori si allontanino, ammettono perfino che si faccia discretamente notare a un uomo che ha la patta dei pantaloni aperta, affinchè possa ricomporsi a salvaguardia della sua dignità, ma è difficilissimo che qualcuno trovi il coraggio di dire chiaramente a un altro "Abbia pazienza, lei puzza in maniera insopportabile: mi usi il riguardo di allontanarsi da me".
Anzi, per la declinazione olfattiva della Sindrome di Stoccolma, chi si vede costretto a sopportare la puzza della traspirazione altrui in qualche caso la giustifica postulando che, dopotutto, "L'uomo ha da puzzà"...

Da dove arriva questa remora sociale? Perchè l'odore acre della traspirazione e quello di putrefazione che esce da certi cavi orali sono un tabù tanto forte da indurre chi ne viene infastidito a sopportare stoicamente senza fiatare - e non solo in senso figurato?
Non saprei dirlo, non riesco a immaginare nessuna risposta convincente. 
Né riesco a comprendere come mai gli odori sgradevoli occasionali e fisiologici sui quali il controllo può essere mantenuto solo fino a un certo punto e comunque al prezzo di un crescente malessere fisico - quelli delle flatulenze - siano fortemente stigmatizzati dalla società insieme all'atto stesso, mentre gli odori sgradevoli persistenti che potrebbero essere risparmiati al prossimo con un minimo di pratiche igieniche e di rispetto verso sè stessi, prima che verso il prossimo - quelli della traspirazione e dell'alito che ammazza già da un metro di distanza - non siano affatto pubblicamente e platealmente censurati e chi li emana non venga mai apertamente biasimato né ripreso da chi gli sta intorno.

Se è comprensibile e giustificabile che chi sta tornando a casa dopo una giornata di lavoro (spesso pesante) abbia sudato e non sia olfativamente neutro, è senz'altro irrispettoso e sprezzante l'atteggiamento di chi, senza essersi lavato e messo abiti puliti, esce di casa sfoggiando il suo proprio lezzo rancido per andare a bere l'aperitivo serale nel bar di tendenza, o al cinema, o a fare compere (magari in un negozio di abbigliamento dove si proverà dei vestiti che poco dopo potremmo provare noi...), o in qualche locale pubblico, o finanche dal medico.

Giusto qualche giorno fa, a casa di amici, parlavo con un medico di base e una dermatologa; ebbene, mi dicevano che moltissimi dei loro pazienti si presentano in ambulatorio senza aver avuto il buon senso di fare una doccia, d'indossare biancheria intima e abiti puliti. La stessa cosa me l'ha confermata il mio fisioterapista: anche lui deve quotidianamente sopportare il contatto ravvicinato con pazienti che non hanno nemmeno quel minimo d'intelligenza necessario a comprendere che bisogna lavarsi e cambiarsi prima di andare in mezzo alla gente e massimamente prima di andare dal fisioterapista o dal medico.
Dal loro osservatorio "privilegiato" (!) concordano nell'affermare che sono soprattutto i giovani ad avere un rapporto conflittuale con l'acqua e con il sapone, per non parlare della loro pessima abitudine d'indossare quasi esclusivamente scarpe da ginnastica, che in estate trasformano i loro piedi in vere e proprie armi chimiche e lo diventano esse stesse, quando vengono tolte e lasciate alla portata delle altrui nari.

Ma davvero tanta gente non prova nemmeno un po' di vergogna a puzzare? Possibile che in tanti non si accorgano del fetore che hanno addosso? Possibile che non sentano la puzza di quelli trasandati come loro e non facciano due più due?
Su igiene personale ed eliminazione degli odori corporali sgradevoli i popoli orientali - in particolare i giapponesi - possono insegnarci parecchio, ma finchè si continuerà a fare apologia dell'afrore sostenendo l'idiozia secondo la quale "L'uomo ha da puzzà" c'è poco da essere ottimisti: l'orgoglio caprone avrà ancora lunga vita, temo.

Trovandosi al cospetto di chi si lava poco, il solo modo per difendersi dalle sue zaffate caprigne è respirare con la bocca, che grazie al cielo non ha recettori olfattivi. 
Se qualcuno si accorge che chi gli sta intorno respira con la bocca s'interroghi e si annusi: forse è giunto il momento di fare una doccia e cambiarsi...

13 giugno 2011

Genitori idioti? Non solo: anche assassini!

Io non avrei mai potuto intraprendere la carriera diplomatica.
Avrei forse potuto intraprendere quella militare: una trentina di anni fa, quando prestavo il servizio di leva nel 5° Reggimento Artiglieria Missili Contraerei, 1° Gruppo, 3ª Batteria di stanza a San Donà di Piave, nell'ultimo mese prima del congedo diversi miei superiori mi chiesero ripetutamente e con insistenza di prolungare volontariamente la ferma perchè, a loro dire, svolgevo molto bene le attività previste dall'incarico 321/M (link) che mi era stato assegnato e dunque avevo ottime possibilità di carriera, ma non ambivo a un grado più alto di quello che avevo già conseguito e per il futuro avevo altri progetti.
Fra questi sicuramente non c'era la carriera diplomatica, per la quale - al contrario di quella militare - sono totalmente inadatto: quando vedo determinate cose dico quello che penso e ciò è l'esatto contrario dell'essere diplomatico. Inoltre penso che definire cretino un cretino o idiota un idiota non sia un'offesa ma sia semplicemente dire senza ipocrisia come stanno le cose... e anche questo mi rende inadatto alla carriera diplomatica.

Ieri pomeriggio ero in macchina, stavo tornando a casa; avevo i finestrini aperti perchè la temperatura era mite e io adoro sentire il vento addosso. Ero fermo a un  semaforo rosso e ho guardato la macchina ferma alla mia sinistra, a un metro di distanza. Era un SUV, un BMW X5, anch'esso con i finestrini aperti e con a bordo la classica famigliola: papà alla guida, mamma sul sedile del passeggero e bambino di circa 4 anni.
Il problema è che il bambino non era ben assicurato al seggiolino di sicurezza, come prescritto dall'articolo 172 del Codice della Strada ma ancora prima dal buon senso e dall'istinto di protezione che i genitori dovrebbero avere verso i figli. Peraltro il seggiolino di sicurezza non c'era proprio, su quel SUV.

Quel cretino di quel padre, pur guidando un veicolo che nella versione base costa quasi 60.000 euro, ha evidentemente giudicato inutile spenderne altri 400 o poco più per i sistemi di ritenuta atti a proteggere l'incolumità di suo figlio in caso d'incidente.
Quella cretina di quella madre, dal canto suo, non solo se ne frega dell'incolumità del figlio (su questo punto le madri dovrebbero avere una sensibilità maggiore di quanta ne abbiano i padri, se non altro perchè i figli li mettono al mondo) e non pretende di farlo viaggiare in sicurezza sul seggiolino, ma  addirittura lo tiene in piedi fra sè medesima e il cruscotto: in caso di urto contro un ostacolo fisso alla velocità di 50 chilometri all'ora, quella deficiente schiaccerebbe suo figlio contro il cruscotto e non gli lascerebbe scampo, perchè in quelle condizioni verrebbe proiettata in avanti a una velocità tale da moltiplicare di almeno 50 volte il suo peso. La signora in questione ha quelle che comunemente si definiscono "forme generose", quindi ipotizzando (per difetto...) che pesi 70 kg e moltiplicando tale peso per 50, il risultato è che in caso di urto a 50 all'ora quella mamma si trasformerebbe in un pachiderma di tre quintali e mezzo che ridurrebbe in poltiglia suo figlio spappolandolo contro il cruscotto.

Ecco, questa è una di quelle situazioni nelle quali io dimostro senza possibilità di errore che non avrei mai potuto intraprendere la carriera diplomatica. Infatti, complici i finestrini aperti e il metro di distanza fra me e loro, non sono riuscito a trattenermi dal dire a quei due cretini: "Lo sapete che in caso d'incidente lei schiaccerebbe quel bambino contro il cruscotto?"
I due, che evidentemente non si aspettavano di essere ripresi, dopo un attimo di smarrimento hanno reagito nel modo che il loro misero livello intellettivo gli consente: lui si è qualificato con quello che probabilmente considera un virilissimo "Fatti i ca... tuoi", mentre la signora ha dato dimostrazione della sua classe (Dio li fa e poi li accoppia...) facendo le corna.
Io ho ribattuto: "Andate su Internet e guardate qualche filmato di crash test, poi decidete se la vita di vostro figlio vale i 400~500 euro che costa un seggiolino di sicurezza".
Li ho sentiti borbottare altri insulti, poi il semaforo è diventato verde e ognuno ha proseguito per la sua strada, il chè ha posto fine alla "chiacchierata".

Qualcuno fra chi legge giudicherà forse troppo forti gli aggettivi con cui ho descritto quei genitori, ma se devo essere sincero "cretini" è l'aggettivo più benevolo che mi viene in mente. Si, perchè più che cretini quel padre e quella madre sono potenziali assassini del loro bambino.
Se dipendesse da me, oltre alla sanzione pecuniaria e alla decurtazione di punti dalla patente, per i genitori multati per l'infrazione all'articolo 172 del Codice della Strada prevederei anche la limitazione temporanea della potestà genitoriale e la sanzione accessoria dell'obbligo di guardare almeno 20 ore di filmati girati in un centro traumatologico in cui si vedano senza censure e nel massimo dettaglio possibile (sangue, ossa rotte e suture incluse, senza tralasciare gemiti e lamenti) le operazioni di pronto soccorso e gl'interventi chirurgico-ortopedici eseguiti su bambini feriti in incidenti stradali.
Penso che in questi casi la terapia d'urto sia il miglior modo di fare prevenzione e se dopo aver visto molte ore di quei filmati si azzardassero a essere recidivi, io a quei genitori toglierei definitivamente i figli.

Senza pretendere di essere migliore di altri, ma rivendicando di essere da sempre un po' più previdente e prudente della media, per quanto mi riguarda posso dire di essere sempre stato profondamente convinto dell'utilità delle cinture di sicurezza. Nel lontano 1978, quando comprai la mia prima automobile, pretesi che fossero montate come optional a pagamento e le ho sempre, sempre usate sia da guidatore sulle mie vetture, sia da passeggero sulle macchine di altri che ne erano dotate.
Trent'anni fa o più, quando non era obbligatorio né averle né utilizzarle, essere passeggero e allacciare le cinture di sicurezza era un gesto che faceva storcere il naso ai più: quante volte i miei amici mi hanno chiesto "Perchè allacci la cintura, non ti fidi di me e di come guido?" e io avevo il mio bel da fare a spiegar loro che la mia non era mancanza di fiducia ma era semplicemente prudenza, era consapevolezza di non essere immortale.

Ora fortunatamente le cinture sono diventate un obbligo abbastanza rispettato, almeno dalle mie parti; sfortunatamente però vedo quotidianamente tanti genitori idioti che tralasciano di installare o di far utilizzare ai loro bambini i sistemi di ritenuta, siano essi i seggiolini di sicurezza o le cinture, diventando quindi potenziali assassini dei loro figli.

Non so se quei due cretini che ho ripreso ieri pomeriggio verranno davvero in rete a vedere i crash test, come gli ho suggerito di fare; Lombroso elevò a regola le sue osservazioni empiriche dimostratesi poi del tutto inattendibili, ma devo dire che le facce di quei due non esprimevano alcuna vivacità intellettiva...
Intanto consiglio a chi mi legge di guardare questi filmati e di riflettere: alcune immagini sono piuttosto crude (e a cercare su Youtube c'è roba assai più forte), ma penso che vedere il proprio figlio morto sapendo di esserne la causa sia ben peggio che vedere questi video... anche per dei genitori che quotidianamente mettono a repentaglio la vita dei loro figli e per questa ragione, a mio giudizio, inadatti al loro ruolo.
Riprendere un padre o una madre incoscienti che non hanno a cuore la vita dei loro figli e la mettono deliberatamente in pericolo è, a mio giudizio, un dovere civico.
Al quale io non mi sottraggo, anche a costo di essere preso a male parole da due cretini.