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19 dicembre 2011

"L'animo mio, per disdegnoso gusto, credendo col morir fuggir disdegno, ingiusto fece me contra me giusto."

«Canto XIII, ove tratta de l'esenzia del secondo girone ch'è nel settimo circulo, dove punisce coloro ch'ebbero contra sé medesimi violenta mano, ovvero non uccidendo sé ma guastando i loro beni.»

Nel Secondo Girone Dante colloca i violenti contro sé stessi: i suicidi e gli scialacquatori.

I primi non hanno forma umana ma per contrappasso sono diventati arbusti spogli e velenosi: avendo rifiutato la vita uccidendosi, sono stati privati del loro corpo col quale non potranno ricongiungersi nemmeno dopo il Giudizio Universale. Nella foresta dei suicidi nidificano le Arpie, che si nutrono delle foglie degli arbusti e infliggono ulteriore dolore ai dannati.
Per i secondi, avendo essi distrutto i loro averi, il contrappasso è essere distrutti da una muta di cagne nere che li inseguono attraverso la foresta dei suicidi e li sbranano.

Parlare del suicidio e di chi si toglie la vita è piuttosto difficile.
Se una persona arriva a questo gesto estremo è perchè non vede nessuna via di uscita da una situazione esistenziale insopportabilmente dolorosa e vissuta in una solitudine assoluta, perchè ci si può sentire terribilmente e irrimediabilmente soli anche se si ha una famiglia e si è circondati da colleghi e conoscenti.
Mi guardo bene dall'esprimere giudizi su chi rinuncia a vivere, un po' perchè nessuno può sapere quale angoscia inimmaginabile provi chi arriva a gesti definitivi e un po' perchè, avendo dovuto in passato affrontare il suicidio di una persona a me molto cara, non potrei avere il distacco necessario per farlo.

A volte il rifiuto di continuare a vivere rinunciando volontariamente alla vita è in realtà il rifiuto di continuare a soffrire o il rifiuto di arrivare a condizioni di vita che si giudicano inaccettabili; quello del cosiddetto "testamento biologico" e di cosa (o se) si debba permettere alle persone di decidere in merito alla fine della propria vita è un tema da qualche tempo assai dibattuto.

Per la Chiesa, naturalmente, l'autodeterminazione non è ammissibile e fino a tempi abbastanza recenti ha scomunicato i suicidi e ne ha proibita la sepoltura in terra consacrata.
Io, da agnostico, qualche domanda me la pongo: se è eticamente inaccettabile decidere deliberatamente di togliersi la propria vita perchè solo Dio ne può disporre, è eticamente accettabile usare con pervicacia ogni mezzo per prolungare il più possibile una vita, non propria ma di altri, che in condizioni "normali" Dio farebbe finire molto prima?
Se si sostituisce a Dio chi decide di porre fine alla propria vita, non si sostituisce a Dio anche chi con l'accanimento terapeutico si arroga il diritto di tenere artificialmente accesa la vita altrui senza che il proprietario della vita medesima abbia voce in capitolo?

Io identifico me stesso non già col mio corpo, ma piuttosto con il mio intelletto, con la mia mente, con i miei pensieri, con le mie emozioni, con la mia capacità di comunicare con gli altri e d'interagire col mondo, con i miei sentimenti.
Se un giorno dovessi trovarmi in stato di morte cerebrale di me rimarrebbe soltanto il corpo, l'involucro, ma non vi sarebbero più pensieri, sentimenti, emozioni, interazione: in quelle condizioni la mia non sarebbe più vita come la conosco e come la desidero, quindi non vorrei essere costretto a subirla.
Se potessi scegliere, arrivato a quel punto vorrei essere lasciato nelle mani di Dio, ma nel senso vero e letterale del termine: niente mantici a soffiarmi aria nei polmoni, niente pompe meccaniche a sostituire il mio cuore, niente tubi a riempire forzatamente il mio stomaco e a svuotare la mia vescica e il mio intestino, oltre che me stesso della mia dignità, ma decida Dio se è il caso che io rimanga in questo mondo o se debba passare a quello dei più.


07 novembre 2011

"Oh cieca cupidigia e ira folle, che sì ci sproni ne la vita corta, e ne l'etterna poi sì mal c'immolle!"

«Canto XII, ove tratta del discendimento nel settimo cerchio d'inferno, e de le pene di quelli che fecero forza in persona de' tiranni, e qui tratta di Minotauro e del fiume del sangue, e come per uno centauro furono scorti e guidati sicuri oltre il fiume.»

Nel Primo Girone del Settimo Cerchio Dante colloca i violenti contro il prossimo. 
Il primo personaggio che incontrano è il Minotauro, che Dante curiosamente descrive come un toro con la testa umana e non com'è comunemente conosciuto, ovvero un umano con la testa di toro. Le sette coppie di giovani che pretendeva ogni anno per divorarle gli sono valse questa collocazione.

Ci vengono poi presentati tre Centauri e sarà uno di loro a trasportare Dante e Virgilio da una riva all'altra del fiume Flegetonte, nel quale non scorre acqua ma sangue bollente.
È questo il contrappasso riservato alle anime di coloro che in vita si macchiarono col sangue delle loro vittime: cuocere in eterno nel sangue bollente. Immersi nel Flegetonte troviamo, fra gli altri personaggi che non si fecero scrupolo alcuno a sterminare tanti innocenti, Dioniso il Vecchio e Attila.
E dai tempi di Dante a oggi, infiniti altri nomi potrebbero essere aggiunti alla lista dei condannati al Settimo Cerchio.

Penso non solo ai tristemente noti tiranni sanguinari di cui parlano i libri di storia, ma anche - ricordando un recente intervento - a chi uccide degl'innocenti non in quanto delinquente ma in veste di uomo di legge: un giudice che nonostante i ragionevoli dubbi sollevati in un processo condanna ugualmente a morte un imputato solo perchè il popolo che lo ha eletto a quell'ufficio pretende a tutti i costi un colpevole, non potrà che finire nel Flegetonte.

Così come ci finiranno i criminali che ammazzano di botte dei vecchi solo per rapinarli della loro misera pensione... o chi, sotto l'effetto di alcool e/o droghe, ammazza volontariamente qualcuno durante un alterco o causando incidenti stradali dalle conseguenze mortali per qualche innocente ma quasi mai per chi questi incidenti li provoca.
Per questa gentaglia un po' di sofferenza anche in questa vita, oltre che in quella eterna, sarebbe nel sentire comune alquanto più vicina al concetto di giustizia rispetto al farla stare in ozio per qualche anno nella cella di un carcere.
Spesso tuttavia non si arriva nemmeno a quello, perchè chi uccide sulle strade sotto effetto di alcool o droghe se la cava con solo alcuni mesi di sospensione della patente... e se è zingaro con la pena accessoria che consiste nella spedizione punitiva da parte dei cittadini inferociti che vanno a distruggere e incendiare il campo in cui abita, colpendo tutta la comunità per punire uno solo dei suoi membri.
Se invece l'assassino drogato e/o ubriaco al volante è un italiano, soprattutto se ha anche una bella e costosa macchina, nessuno sentirà il bisogno di distruggere la casa a lui e ai suoi vicini abbattendo un intero isolato (come capita agli zingari) e con un buon avvocato la passerà sostanzialmente liscia... in attesa di essere immerso nel Flegetonte.


26 settembre 2011

"Un grand' avello, ov' io vidi una scritta che dicea: “Anastasio papa guardo, lo qual trasse Fotin de la via dritta”"

«Canto undecimo, nel quale tratta de' tre cerchi disotto d'inferno, e distingue de le genti che dentro vi sono punite, e che quivi più che altrove; e solve una questione.»

Dopo aver meditato con la "Lettera Sulla Felicità" di Epicuro, ridiscendiamo agl'Inferi. 
Siamo ancora nel Sesto Cerchio, dove proprio Epicuro e gli eretici subiscono il supplizio eterno; qui Dante e Virgilio incontrano l'avello di un altro eretico, papa Anastasio II, posto in questo Cerchio per aver tentato di accordarsi con il patriarcato di Costantinopoli che si trovava in rotta di collisione con la Chiesa cattolica dopo aver iniziato l'eresia monofisita.
Di seguito Virgilio spiega a Dante cosa troveranno nei tre Gironi del Settimo Cerchio che si accingono ad attraversare; non succede molto altro in questo Canto, nessun incontro con gli spiriti di trapassati celebri.

Se mi si concede una divagazione, proprio ieri papa Benedetto XVI ha affermato che sono più vicini a Dio gli agnostici che cercano risposte di quanto lo siano quei "buoni cristiani" che vanno a messa per convenzione ma senza convinzione e di quelli che proclamano la loro cristianità con le parole e gli slogan ma la negano e fanno il contrario con le azioni.
Bene, molto bene: è una bellissima notizia!
Allora ciò che dicevo alla fine dell'intervento intitolato "Se la fede è un dono, grazie a Dio io non l'ho avuto" è vero, è il Papa stesso ad affermarlo: se esistono un Dio e un Paradiso è più probabile che li veda e ci vada io anzichè tanti politici (e i loro seguaci) un po' confusi che si ergono a baluardi del cattolicesimo contro presunte invasioni di altre fedi ma adorano a un tempo sia il Dio cattolico che presunte divinità fluviali in onore delle quali s'inventano bizzarre cerimonie pagane a base di ampolle d'acqua raccolte qui e versate là, o quel politico (ora ministro) che giusto 13 anni fa impalmò la sua sposa non in una chiesa con il sacramento del matrimonio cattolico, ma con un non meglio codificato "matrimonio celtico" officiato dal Sindaco in veste di Druido pro-tempore... per tacere di quel sottosegretario che professa una sana e robusta osservanza cattolica e che è sempre il primo, con la sua faccia arcigna, a strepere e a mettersi di traverso se qualcuno in Parlamento s'azzarda a ipotizzare di estendere i diritti delle coppie sposate alle coppie di fatto, come se concedere dei diritti a qualcuno significasse limitarli ad altri e la famiglia - anzichè la cellula sociale di base nata qualche millennio prima che fosse codificata dalle leggi e/o dalle religioni attuali - fosse un'entità estremamente fragile che tende a dissolversi per un nonnulla e che dunque necessita di puntelli e muraglie altissime a sua difesa e protezione.

Sarà un piacere vedere, come ha spiegato ieri il Papa citando le parole di Gesù Cristo, prostitute e pubblicani passare davanti ai "fedeli di routine" (ipse dixit) ed entrare nella Gerusalemme Celeste molto, molto prima di questi personaggi...


07 agosto 2011

"Suo cimitero da questa parte hanno con Epicuro tutti suoi seguaci, che l'anima col corpo morta fanno."

«Canto decimo, ove tratta del sesto cerchio de l'inferno e de la pena de li eretici, e in forma d'indovinare in persona di messer Farinata predice molte cose e di quelle che avvennero a Dante, e solve una questione.»

Nel decimo Canto dell'Inferno Dante e Virgilio arrivano al luogo in cui gli epicurei scontano la colpa di aver negato l'immortalità dell'anima con il contrappasso della condanna a giacere in avelli infuocati: morti fra i morti, stanno infatti in un cimitero.

Epicuro arrivò alla negazione dell'immortalità dell'anima - e a preferire la ricerca della felicità nella vita terrena piuttosto che in quella eterna - meditando sul rapporto fra il Male e la divinità.

  • La prima ipotesi di Epicuro afferma che "Dio non vuole il Male ma non può impedirlo": nella visione epicurea dunque Dio sarebbe il Bene ma non potendo impedire il Male sarebbe anche impotente contro di esso, il chè contraddirebbe l'onnipotenza divina.
  • La seconda ipotesi afferma che "Dio potrebbe impedire il Male ma non lo fa": Dio avrebbe dunque la possibilità d'impedire il Male ma non facendolo si rivelerebbe per certi versi malvagio, contraddicendo l'assunto che Dio è il Bene supremo.
  • La terza, infine, afferma che "Dio non può e non vuole impedire il male": Dio cioè sarebbe a un tempo sia malvagio che impotente contro il Male, contraddicendo amendue gli assunti sull'onnipotenza divina e sul suo essere il Bene supremo.
Da queste tre ipotesi Epicuro conclude che "Dio può e vuole impedire il Male, ma siccome il Male è così presente fra gli uomini allora è lecito pensare che Dio non s'interessi a loro, che non faccia nulla per sottrarli alla pratica del Male e di conseguenza per salvare la loro anima dalla pena eterna".

In altre parole, Dio è del tutto indifferente alle sorti degli uomini perchè troppo lontani dalla perfezione divina e se non si preoccupa più di tanto di agire attivamente per salvare le loro anime vorrà dire che l'anima stessa non esiste, o quantomeno non è immortale e quindi non è meritevole di essere preservata nella prospettiva della salvezza eterna.

Sarà, ma più che indifferente alle sorti degli uomini Dio sembra determinato a non lasciare impunita nessuna mancanza. Punisce anzi con gl'interessi, se arriva a fare scontare ai figli incolpevoli le colpe dei padri malvagi: si nasce con addosso il Peccato Originale e in diversi versetti della Bibbia (Esodo 20,5 - Esodo 34,7 - Numeri 14,18 e Deuteronomio 5,9) Dio afferma che punirà le colpe dei padri nei figli fino alla terza e quarta generazione.

In effetti è difficile per noi umani (o almeno lo è per me...) capire come si possano conciliare l'onnipotenza e la bontà divina con la presenza del Male, in qualsiasi declinazione esso si manifesti: male commesso dagli uomini su altri uomini inermi - o peggio sui bambini - o morte e distruzione causate da eventi naturali.
Non mi spiego come mai persone innocenti - ma anche e soprattutto gl'innocenti per definizione, cioè i bambini - siano così di frequente condannati a patire sofferenze disumane che possono arrivare alla morte senza che ci sia un intervento superiore a risparmiargliele.

Ne ho parlato anche qualche mese fa in occasione del terremoto e dello tsunami che hanno portato l'apocalisse in Giappone, una prima volta nell'intervento intitolato "Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare." e subito dopo in "Se la fede è un dono, grazie a Dio io non l'ho avuto."

Ammetto che la mia difficoltà a capire sia un limite dovuto al mio essere agnostico; immagino che chi ha una fede possa spiegare la coesistenza del male con l'onnipotenza e la bontà divina, se non altro perchè la fede può spiegare qualsiasi cosa anche in assenza una risposta plausibile con il noto "Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare!".


19 giugno 2011

"Volgiti 'n dietro e tien lo viso chiuso - ché se 'l Gorgón si mostra e tu 'l vedessi - nulla sarebbe di tornar mai suso"

«Canto nono, ove tratta e dimostra de la cittade c'ha nome Dite, la qual si è nel sesto cerchio de l'inferno e vedesi messa la qualità de le pene de li eretici; e dichiara in questo canto Virgilio a Dante una questione, e rendelo sicuro dicendo sé esservi stato dentro altra fiata.»

Nel nono Canto l'Alighieri si trova al cospetto delle Furie, che invocano Medusa affinchè il Poeta - guardandola - ne resti pietrificato. Virgilio lo mette in guardia, lo invita a chiudere gli occhi per non rischiare di esser tramutato in una statua, cosa che a Dante riesce senza difficoltà.

Mi chiedo però se altri personaggi contemporanei sarebbero in grado di chiudere rapidamente gli occhi in caso di necessità... e mi riferisco a quei personaggi noti (in particolare donne di spettacolo e donne della politica, spesso passate dall'una condizione all'altra per sublimazione, più che per evoluzione e/o pregressa militanza attiva... e qui mi taccio di nuovo) che non resistono alla tentazione del Botox pur di risparmiare ai loro visi l'insulto delle rughe, d'età o d'espressione che siano.
Tali  personaggi spesso coincidono con "quelle 'nfiate labbia" delle quali ho parlato introducendo il Canto settimo (link).

Basta che chi mi legge faccia mente locale e senz'altro gli verranno alla mente i volti quasi privi di mimica facciale e gli occhi perennemente spalancati tipici negli strigiformi - ma affatto innaturali negli umani - di una celebre ministro, di una nota sottosegretario (della quale chiunque ricorda i tacchi 16, il prognatismo, le grida acute e cantilenanti lanciate per sovrastare le parole dei suoi avversari e impedir loro di parlare nei programmi televisivi di approfondimento politico, nonché un celebre dito medio alzato in faccia a chi dissentiva dalle sue posizioni contestandola... ma della quale nessuno ricorda la seppur minima attività svolta in Parlamento, né si sa di che si occupi nel suo sottosegretariato), in parecchie loro colleghe parlamentari e anche nella famosissima moglie di un capo di Stato straniero.

Luciana Littizzetto, con la sua vulcanica genialità, ha coniato una definizione tanto ironica quanto sferzante - che non ripeterò - per descrivere gli occhi invariabilmente sbarrati della famosissima ex valletta ed ex modella attualmente ministro della Repubblica.

Un'altra parlamentare, portavoce del suo Partito che si vede spesso nei salotti televisivi in cui si discute (o meglio si litiga) di politica e che ha il cognome di un grandissimo architetto del passato, mi ha colpito perchè a guardarla mentre parla fa davvero impressione: del suo viso si muove prevalentemente la mandibola, il labbro superiore ha una mobilità ridotta e dal naso in su non si muove un solo muscolo, a parte il necessario ammiccamento. Sembra uno di quei pupazzi che i ventriloqui usano come "spalla" e che muovono solo la parte inferiore della bocca, come dicevo è davvero impressionante.

Tralasciando i riferimenti all'attualità, il nono Canto dell'Inferno ci porta fra gli eretici, condannati a stare per l'eternità a bruciare nei loro avelli ardenti.


29 aprile 2011

"Quanti si tegnon or là sù gran regi - che qui staranno come porci in brago"

«Canto ottavo, ove tratta del quinto cerchio de l'inferno e alquanto del sesto, e de la pena del peccato de l'ira, massimamente in persona d'uno cavaliere fiorentino chiamato messer Filippo Argenti, e del dimonio Flegias e de la palude di Stige e del pervenire a la città d'inferno detta Dite.»

Ho tralasciato la Divina Commedia per un mese e mezzo; altri avvenimenti di attualità meritavano attenzione e ho voluto parlarne, ma ora torniamo all'Alighieri. L'ottavo Canto dell'Inferno ci porta fra gli spirti che in vita indulsero in due vizi capitali: l'ira e l'accidia.

Fra i miei ricordi più lontani, quelli del catechismo a cui 40 e più anni fa nessun bambino sfuggiva, c'è la domanda che chiunque sia "andato alla dottrina" si sarà posto almeno una volta sentendo l'elencazione dei sette vizi capitali fatta dal catechista: ma che diavolo è l'accidia?

Quando il parroco parlava a noi bambini di 8~10 anni dei vizi capitali, bene o male avevamo un'idea di cosa si trattasse: la superbia era l'atteggiamendo sdegnoso di quell'antipatico del secchione primo della classe verso gli altri, l'avarizia era il non mettere la moneta da 100 lire nel cestino della questua durante la Messa, l'invidia ci coglieva alla vista del compagno di giochi più benestante quando arrivava in sella alla sua bicicletta nuova fiammante col cambio a 5 rapporti, la gola era il non saper resistere davanti al barattolo della Nutella e l'ira era quel desiderio irresistibile di far del male fisico a quel cretino che ci aveva fatto lo sgambetto e poi s'era messo a ridere.

Della lussuria ci veniva detto il meno possibile. Il prete ce lo aveva descritto come il più terribile dei vizi, che aveva a che fare con pratiche innominabili e peccaminose che cessavano di essere tali solo se fatte fra marito e moglie e tanto doveva bastarci: ogni domanda mirata a cercare di capire meglio cosa fosse questa tremenda "lussuria" (che nonostante l'assonanza sapevamo per certo non essere lo stile di vita dei ricchi) veniva zittita dalla faccia arcigna e dall'occhiata fulminante del prete.

Ma l'accidia? Cos'è mai questo vizio mai sentito? Mistero, all'epoca nessuno l'ha mai capito anche perchè al contrario della lussuria, che immaginavamo essere qualcosa di quantomeno divertente se non altro per l'energia e l'impegno che il prete metteva nel tenercene all'oscuro e per le mezze verità sapute dai ragazzi più grandi sulle quali la fantasia preadolescenziale ricamava parecchio, l'accidia dava l'idea di qualcosa di aspro e sgradevole, dunque in fondo non c'interessava più di tanto.

La frase che ho usato come titolo mi ricorda personaggi assai noti, che fanno spesso parlare di sè e che conosciamo tutti... bè, non certo perchè invidiosi o accidiosi - semmai altro è il vizio nel quale indulgono - ma qui mi taccio per non scivolare oltre il rigo.


13 marzo 2011

"Pape Satàn, pape Satàn aleppe!"

«Canto settimo, dove si dimostra del quarto cerchio de l'inferno e alquanto del quinto; qui pone la pena del peccato de l'avarizia e del vizio de la prodigalità; e del dimonio Pluto; e quello che è fortuna.»

Qualche giorno fa, mentre rileggevo il settimo Canto dell'Inferno, lasciando scorrere il flusso dei pensieri mi sono ritrovato a chiedermi se il Sommo Poeta, qualora fosse vissuto in quest'epoca, avrebbe scritto ancora "Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia"  per parlar di Pluto: probabilmente no,  perchè a causa della smania per il silicone che ha colpito le donne di spettacolo (e molte danarose popolane dal dubbio senso estetico) negli ultimi 20 anni, il lettore disattento o superficiale avrebbe potuto pensare che Dante si riferisse a Nina Morić, Alba Perietti, Valeria Marini o Loredana Lecciso. O a qualcuna delle signorine che fino a uno o due mesi fa dimoravano nel residence di Via Olgettina 65 a Milano, tutte uguali una all'altra e tutte con le labbra rigorosamente e innaturalmente rigonfie.

Nel settimo Canto dell'Inferno si parla di coloro che in vita indulsero in tre dei sette peccati capitali: gli avari, gl'iracondi, gli accidiosi e infine i prodighi.


05 febbraio 2011

"Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per la dannosa colpa de la gola..."

«Canto sesto, nel quale mostra del terzo cerchio de l'inferno e tratta del punimento del vizio de la gola, e massimamente in persona d'un fiorentino chiamato Ciacco; in confusione di tutt'i buffoni tratta del dimonio Cerbero e narra in forma di predicere più cose a divenire a la città di Fiorenza.»

Nel sesto Canto dell'Inferno incontriamo le anime di chi indugiò nella "dannosa colpa della gola", tormentate da una perenne pioggia e da Cerbero, figura mitologica di cane con tre teste e il corpo ricoperto di serpi velenose anzichè di pelo.
Non ho mai capito fino in fondo cosa ci sia di tanto peccaminoso nell'essere golosi, tutto sommato fra i vizi capitali questo mi pare il meno grave... ma probabilmente agl'inizi dell'era cristiana il concetto di gola era assai diverso da quello che abbiamo nel ventunesimo secolo.


10 gennaio 2011

"Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende"

«Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l'inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di più famosi gentili uomini.»

Nel quinto Canto dell'Inferno, Dante e Virgilio scendono nel Cerchio II, quello dei "peccator carnali", i lussuriosi.
È uno dei Canti più noti perchè fra gli altri "spirti" Dante incontra quelli di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, i famosi e sfortunati amanti che pagarono con la morte la debolezza di aver ceduto alla passione.
Oltre che per la sua bellezza, il castello di Gradara (PU) è meta di molti visitatori anche grazie a questa citazione di Dante.


Gradara - Ingresso al castello.



26 dicembre 2010

"Or discendiam qua giù nel cieco mondo"

«Canto quarto, nel quale mostra del primo cerchio de l'inferno, luogo detto Limbo, e quivi tratta de la pena de' non battezzati e de' valenti uomini, li quali moriron innanzi l'avvenimento di Gesù Cristo e non conobbero debitamente Idio; e come Iesù Cristo trasse di questo luogo molte anime.»

Dopo la consueta breve introduzione, Vittorio Gassmann legge il quarto Canto dell'Inferno dove Dante e Virgilio entrano nel Primo Cerchio, il Limbo.


19 dicembre 2010

"Per me si va nella città dolente..."

«Canto terzo, nel quale tratta de la porta e de l'entrata de l'inferno e del fiume d'Acheronte, de la pena di coloro che vissero sanza opere di fama degne, e come il demonio Caronte li trae in sua nave e come elli parlò a l'auttore; e tocca qui questo vizio ne la persona di papa Cilestino.»

Quante volte abbiamo sentito citare - o abbiamo  citato noi stessi  - il famoso endecasillabo "Lasciate ogni speranza voi ch'entrate"....
Il mattatore non solo ci offre una splendida interpretazione del terzo Canto dell'Inferno, ma ce ne dà anche una spiegazione per sommi capi.


11 dicembre 2010

"Nel mezzo del cammin di nostra vita..."

Penso che un omaggio al Sommo Poeta sia il miglior modo per iniziare quest'avventura.
A scuola, alle medie e ai miei tempi, si usava ancora studiare a memoria le poesie e il brani degli autori più importanti e a me toccò imparare il Canto Primo dell'Inferno.
All'epoca non ero affatto entusiasta di dover memorizzare quella serie infinita di endecasillabi dei quali a malapena riuscivo a comprendere il significato ma, ora che ho da tempo superato il "mezzo del cammin di nostra vita", la Divina Commedia è una delle mie letture preferite e ringrazio la mia insegnante d'italiano per avermi inconsapevolmente dato questo imprinting.

Cominciamo con il Canto Primo dell'Inferno.
Fra tutte le versioni che si trovano in rete, pubblicherò quelle lette da Vittorio Gassman: mi sembrano le migliori. Prima di ogni lettura, il grande attore ci propone anche una sintesi, una spiegazioni per grandi linee del canto.