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27 febbraio 2011

Tempo.

Qualche anno fa passava in televisione una pubblicità che mi colpì e che mi è rimasta impressa, al contrario del prodotto che pubblicizzava del quale non conservo alcun ricordo.
La pubblicità era in inglese, evidentemente si rivolgeva a un pubblico giovane. All'inizio una voce fuori campo chiedeva "Whad do you want?", cioè "Cosa vuoi?". Alla domanda rispondevano alcuni ragazzi e ragazze ripresi in piano medio e il cui aspetto, abbigliamento e modo di fare erano perfettamente aderenti ai canoni stilistici, sociali e (sotto)culturali dell'epoca.
Le risposte che davano erano quelle che ci si possono aspettare da giovani abituati ad avere tutto, poco impegnati, superficiali, edonisti e figli dell'era dell'immagine: "I want fame", "I want money", "I want power", "I want girls", "I want respect"...
Quei ragazzi non aspiravano ad altro che avere fama, denaro, potere, donne e rispetto per sentirsi onnipotenti.

Da ultimo veniva inquadrato un vecchietto abbondantemente oltre i 70 anni dall'aria triste e dall'aspetto emaciato. Lui, che aveva l'aria rassegnata dei vecchi che sanno di non avere ancora molto tempo da vivere, alla domanda "What do you want?" rispondeva con voce flebile: "I want... time!".    "Io voglio...  del tempo".

Già, il tempo.
Il tempo sembra scorrere sempre più veloce con l'aumentare dell'età e per qualcuno il tempo vale più della fama, della ricchezza, del potere e di ogni altra cosa materiale. Il tempo è sempre troppo poco, non riusciamo mai a fare tutto ciò che vorremmo perchè gl'impegni c'incalzano e ci costringono a occuparci d'altro. Viviamo in una perenne sindrome da accelerazione temporale alla quale, a partire dalla metà degli anni '70 in poi, si è stati costretti a sottostare fin da piccoli.

Vedo bambini ai quali vengono imposte tante e tali attività da farli assomigliare dei piccoli prigionieri costretti ai lavori forzati. Cominciano al mattino con la scuola, che se è a tempo pieno occupa anche parte del pomeriggio; poi segue l'attività sportiva che porta via almeno un'ora o un'ora e mezza, poi magari c'è qualche altra attività assimilabile alla scuola (penso a corsi di musica, danza, lezioni private e simili) che porta via un'altra ora o due e infine devono anche fare i compiti.
Qui saremmo già a sera; fra una cosa e l'altra i bambini non hanno avuto nemmeno una mezz'ora di riposo e non hanno ancora avuto nemmeno un minuto per fare ciò che i bambini hanno sempre fatto, almeno fino alla mia generazione e a quella successiva, fino alla metà degli anni '70: essere bambini.
Allora essere bambini voleva dire andare a  scuola al mattino, fare i compiti subito dopo pranzo e poi passare il resto del pomeriggio in compagnia di altri piccoli a giocare, a divertirsi senza preoccuparsi di nulla e a concedersi quel lusso straordinario, quel privilegio esclusivo che fino ad allora era stato concesso solo ai bambini e ai vecchi: perdere tempo, perchè per un bambino l'ozio non è ancora il padre di tutti i vizi e per un vecchio ha smesso di esserlo.

Se i ritmi di vita a cui certi genitori costringono i loro figli venissero imposti a loro, magari sul lavoro, succederebbe una rivoluzione. Invece i bambini non si ribellano, accettano ritmi di vita inadatti a loro e il carico d'impegni a cui devono sottomettersi li trasforma troppo presto in piccoli "lavoratori" solitari a cui viene sottratto il tempo da dedicare al gioco; per divertirsi hanno solo quei sostituti della vita ludica infantile che si chiamano Wii, X-Box, Nintendo DS e Play Station.
I bambini non giocano più con i bambini: giocano da soli con una macchina. Anzi: giocano contro una macchina, che in quanto tale è fatalmente destinata a vincere e a provocare in loro solo frustrazione... che spesso poi scaricano nella vita reale sui bambini più vulnerabili in forma di bullismo. Ma anche se sfidano altri bambini ai videogiochi, lo fanno attraverso la macchina e interagiscono con essa, non con i loro pari.  Comunque non è quasi mai un gioco "con" qualcuno: è quasi sempre un gioco "contro" qualcuno.
Ma che razza di adulti usciranno da bambini che non conoscono affatto l'empatia e la collaborazione ma conoscono solo l'egoismo e la competizione, la necessità di prevalere e d'imporsi a ogni costo sugli altri?

Eppure c'è ancora qualche padre che fa ai figli il regalo più grande e più prezioso: il suo tempo, da passare costruendo insieme a loro un gioco che nessun altro bambino può avere uguale.
Sono sicuro che qualsiasi bambino rinuncerebbe senza pensarci un attimo alla più evoluta consolle per videogiochi, pur di avere un padre che impiegasse qualche mese per costruire insieme a lui una pista da parete - che sembra uscita da qualche cartone animato - su cui far correre le biglie di vetro. Basta guardare l'aria radiosa del bambino che fa partire il meccanismo all'inizio del filmato qui sotto per capire cosa intendo.




Poi, naturalmente, fra i padri illuminati che dedicano il loro tempo ai figli c'è sempre quello che vuole strafare e che non ha il senso delle proporzioni. Quando a un padre affetto da megalomania, con rilevanti possibilità economiche e un'adeguata disponibilità di spazio salta in capo di costruire per il figlio una pista per le macchinine, può anche succedere di vedere mostruosità - ancorchè affascinanti - come questa...

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