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29 marzo 2011

"La classe non è acqua"...

...recita un proverbio. Ed è abbastanza vero.

A dicembre, quando iniziai a proporre Vittorio Gassman che legge la Divina Commedia (link), dissi che spesso eccedeva con il birignao da attore serio(so) ma che era anche capace di scherzarci sopra, con la classe di chi sa che dal punto in cui è arrivato può permettersi di osare ciò che ad altri costerebbe la faccia e la leggerezza di chi, consapevole del proprio valore, non ha timore a prendersi in giro.

Vittorio Gassman poteva dunque permettersi di leggere "come avrebbe fatto Gassman" qualsiasi cosa... e quando dico qualsiasi cosa intendo davvero tutto.

Nel 1994 andava in onda su Rai 3 "Tunnel", un programma satirico condotto da Serena Dandini a cui collaborava una nutrita serie di comici e personaggi assai noti come i fratelli Sabina e Corrado Guzzanti, Pier Francesco Loche e molti altri.

In "Tunnel" faceva ogni tanto la sua apparizione anche Vittorio Gassmann, protagonista della striscia "Gassman legge..." nella quale leggeva le cose più impensate, ma lo faceva allo stesso modo in cui avrebbe letto o recitato un capolavoro assoluto della letteratura o del teatro. Il risultato era formidabile: riusciva a compiere il miracolo di far ridere senza dire nulla di umoristico, ma semplicemente creando una dissociazione fra ciò che diceva e il modo in cui lo diceva.

Ecco qualche esempio di come Gassman giocava a fare Gassman e il risultato è a mio parere davvero esilarante. Degno di quel genio che era.









22 marzo 2011

"Se la fede è un dono, grazie a Dio io non l'ho avuto".

Nel post precedente sono stato facile profeta, ma ho peccato d'ingenuità pensando che chi ha fede avrebbe parlato solo di "Angeli che ora vegliano su di noi".
Non avevo previsto il fatto che voci ufficiali e non della Chiesa - voci che a tutt'oggi non sono state pubblicamente smentite - si sarebbero spinte infinitamente oltre.

In un'intervista rilasciata a Radio Maria, Roberto De Mattei (link), vice presidente del CNR (Consiglio Nazionale delle Ricerche, organismo che come di legge nel suo sito web (link) "è Ente pubblico nazionale con il compito di svolgere, promuovere, diffondere, trasferire e valorizzare attività di ricerca nei principali settori di sviluppo delle conoscenze e delle loro applicazioni per lo sviluppo scientifico, tecnologico, economico e sociale del Paese"), facendo l'esegesi di una dichiarazione di mons. Orazio Manzella (vescovo di Rossano Calabro fra il 1898 e il 1917) a proposito del devastante terremoto di Messina del 1908, ha avuto l'ardire di definire la catastrofe giapponese "Una benevola manifestazione della misericordia di Dio".

Ne dà conto un articolo apparso oggi sul sito del quotidiano "La Stampa" (link) ma se chi legge è forte di stomaco può ascoltare integralmente l'intervista:


Potrei fermarmi anche qui, perchè di fronte a simili inaudite affermazioni la ragione e il buon senso alzano le mani e si arrendono.

Tuttavia voglio provare, nel mio piccolo, a evidenziare quanto surreale sia il punto di vista di chi dice di avere una fede e quanto sia scandaloso che un funzionario pubblico come il vice presidente del CNR, che tutti noi pagavamo tre anni fa 100.000 euro all'anno e che probabilmente oggi paghiamo assai di più (link alla relazione per l'anno 2008 della Corte dei Conti), nonostante sostenga di parlare a titolo personale come cattolico, se ne esca con stupidaggini come quelle che si sono sentite in una radio che in maniera invereconda richiama nel nome la Madonna, figura che nella tradizione cristiana rappresenta il più alto esempio di amore dopo Dio.

Innanzitutto monsignor Manzella (in ispirito), Radio Maria, padre Livio Fanzaga e Roberto De Mattei dovrebbero mettersi d'accordo con il papa prima di dar aria ai denti: il pontefice, nell'Angelus della domenica successiva al terremoto in Giappone, ha detto (link)
“Cari fratelli e sorelle, le immagini del tragico terremoto e del conseguente tsunami in Giappone ci hanno lasciato tutti fortemente impressionati. Desidero rinnovare la mia spirituale vicinanza alle care popolazioni di quel Paese, che con dignità e coraggio stanno facendo fronte alle conseguenze di tali calamità. Prego per le vittime e per i loro familiari, e per tutti coloro che soffrono a causa di questi tremendi eventi. Incoraggio quanti, con encomiabile prontezza, si stanno impegnando per portare aiuto. Rimaniamo uniti nella preghiera. Il Signore ci è vicino!”
Ora, se è vero che la tragedia che ha colpito il Giappone è "una benevola manifestazione della misericordia di Dio" il papa non può parlare di "tragico terremoto": definire "tragica" una benevola manifestazione della misericordia di Dio equivale a dire che Dio ha commesso un errore, il chè in ultima analisi sarebbe una bestemmia.
Penso però che sia più probabile il contrario: è una bestemmia dire che decine di migliaia di morti e un Paese in ginocchio sono una benevola manifestazione della misericordia di Dio e spero che chi ha il potere di farlo prenda contro padre Fanzaga e De Mattei quei provvedimenti che il Diritto Canonico prevede siano presi contro chi bestemmia. La censura è il minimo che la Chiesa possa fare contro quei due per prendere le distanze in modo formale e inequivocabile dalle loro scandalose affermazioni.
Quanto al fu monsignor Manzella e alle sue infelici dichiarazioni, qualche anno fa (ma anche di recente) il papa si è già scusato per le passate, numerose e gravissime malefatte degli uomini di Chiesa; sarebbe opportuna un'autorevole voce di dissenso anche in questo caso.

Monsignor Manzella, Radio Maria e Roberto De Mattei, parlando del terremoto e del maremoto come di un modo scelto da Dio per sottrarre le anime di decine di migliaia di giusti ai peccati a venire, dimenticano che in Genesi 9,15 Dio dice:
"...ricorderò la mia alleanza
che è tra me e voi
e tra ogni essere che vive in ogni carne
e noi ci saranno più le acque
per il diluvio, per distruggere ogni carne."
D'accordo, tecnicamente lo tsunami non è il diluvio, ma non produce forse i medesimi risultati, ovvero l'indiscriminata strage di chiunque - uomo, donna, vecchio, adulto, giovane, bambino, neonato, santo, peccatore, credente, ateo, agnostico, buono, malvagio, innocente o colpevole che sia - abiti le terre colpite?
Manzella, De Mattei e Fanzaga affermano forse che Dio è venuto meno alla sua Alleanza con l'uomo e si è rimangiato la promessa che non ci sarebbero più state le acque per il diluvio a distruggere ogni carne? Stanno forse profferendo un'altra bestemmia?

Vorrei continuare a confutare le sciocchezze dette dal monsignore, dal prete radiofonico e dallo "scienziato", ma mi fermo qui perchè ammetto che di loro e di ciò che hanno avuto il coraggio di dire mi disturba perfino il pensiero. Non ce la faccio.

Io sono agnostico, il chè mi pone ipso facto al di fuori della Chiesa e dovrebbe precludermi la possibilità di accedere a un eventuale Paradiso. Peraltro l'essere agnostico mi pone fortunatamente lontano anche da persone come De Mattei, Fanzaga e Manzella, sicuri e convinti di avere un tasso di moralità più alto del mio per il solo fatto di avere una fede (la superbia è diffusissima fra i cattolici) salvo poi esprimere con una ferocia disumana idee che fanno rabbrividire e attribuendole addirittura a Dio.
Spero tuttavia di non sembrare presuntuoso se oso dire che, se esistono un Dio e un Paradiso, io - che pur non avendo avuto il dono della fede non faccio deliberatamente del male a nessuno ma al contrario appena posso faccio del bene - sono sicuro che Dio, oltre a non essere spietato come lo descrivono quei tre,  guarda con benevolenza a chi è mite, buono, pacifico e rispettoso del prossimo.
Dio avrà dunque senz'altro preparato un posto anche per il sottoscritto nella Gerusalemme Celeste.
Sono però altrettanto sicuro del fatto che, grazie a Dio, nella Gerusalemme Celeste non troverò né monsignor Manzella, né padre Livio Fanzaga, né quel sant'uomo di Roberto De Mattei a (dis)turbare con la loro inquietante presenza la mia vita eterna in Paradiso.
E sono convinto che all'appello mancheranno anche parecchi pontefici...

17 marzo 2011

"Vuolsi così colà dove si puote ciò che si vuole, e più non dimandare."

La sola cosa che spero di non sentir mai dire a proposito della catastrofe giapponese è che "...quei piccoli Angeli ora veglieranno su di noi".
È una cosa che ho sentito o letto spesso in occasione della morte di bambini; l'ultima, recentissima e ancora viva nella memoria di tutti, risale al giorno del ritrovamento del corpo di Yara, quando il parroco di Brembate suonò ogni ora le campane a festa perchè "Yara ora è un angelo e gli angeli vanno festeggiati".


Chissà com'erano felici i genitori, i parenti e i conoscenti di Yara nel sentire le campane suonare a festa ogni ora, chissà com'erano felici di sapere che un prete si rallegrava perchè la loro bambina - strappata alla vita in quel modo orribile - era diventata un angelo e manifestava tale felicità suonando allegramente le campane come le si suona nei matrimoni o nelle occasioni di guibilo.
E chissà cosa proveranno, da quel giorno in poi, ogni volta che sentirannno delle campane suonare a festa...
Si, perchè da quel disgraziato giorno il suono delle campane a festa sarà per loro indissolubilmente legato al ricordo del ritrovamento del cadavere della loro bambina e a un sacerdote che, non sapendo in che altro modo elaborare il lutto e il dolore per la morte di Yara nè sapendo come farsene una ragione, ha pensato bene di suonare le campane a festa allo scoccar di ogni ora.

Comprendo che per chi ha fede sia consolatorio pensare che tanto Yara quanto i bambini vittime del dramma in Giappone siano stati accolti in Paradiso; fatico assai di più a comprendere che Qualcuno, nel Suo disegno imperscrutabile, abbia disposto che tanti innocenti fossero strappati alla vita prima ancora che potessero rendersi conto di averne una.

Nell'equilibrio dell'Universo è possibile che tutto ciò fosse necessario, ma io - da agnostico - non riesco a farmene una ragione.  
Non posso farmene una ragione.  
Non voglio farmene una ragione.  
Non devo farmene una ragione, perchè rivendico con forza il diritto di considerare una cosa contro natura la morte di un bambino - massimamente se violenta - e se esiste un'entità superiore che ha il potere di disporre tutto ciò e lo fa o non lo impedisce, bè... io ne ho paura e profondo orrore.

Questo piccolo angelo è stato risparmiato, ma quanti non hanno avuto la sua fortuna?


14 marzo 2011

Apocalisse.

Davanti a determinati accadimenti le parole smettono di avere un significato.
Meglio il silenzio, un pensiero empatico per quelle genti e, per chi ha fede, una preghiera.


Al centro delle foto c'è un cursore blu: basta spostarlo verso destra o verso sinistra per avere una vaga idea dell'apocalisse che ha colpito il Giappone.
Ho scritto "avere una vaga idea" perchè noi, da qui, non possiamo nemmeno pensare d'immaginare cos'hanno vissuto le persone colpite da quella catastrofe.

E speriamo che sia finita qui, che non succedano altri disastri nelle centrali atomiche e che l'acqua del mare usata in emergenza per abbassare la temperatura dei nuclei di fusione non riporti all'Oceano Pacifico quel malefico Cesio 137 capace d' avvelenare per secoli il mondo intero.

13 marzo 2011

"Pape Satàn, pape Satàn aleppe!"

«Canto settimo, dove si dimostra del quarto cerchio de l'inferno e alquanto del quinto; qui pone la pena del peccato de l'avarizia e del vizio de la prodigalità; e del dimonio Pluto; e quello che è fortuna.»

Qualche giorno fa, mentre rileggevo il settimo Canto dell'Inferno, lasciando scorrere il flusso dei pensieri mi sono ritrovato a chiedermi se il Sommo Poeta, qualora fosse vissuto in quest'epoca, avrebbe scritto ancora "Poi si rivolse a quella 'nfiata labbia"  per parlar di Pluto: probabilmente no,  perchè a causa della smania per il silicone che ha colpito le donne di spettacolo (e molte danarose popolane dal dubbio senso estetico) negli ultimi 20 anni, il lettore disattento o superficiale avrebbe potuto pensare che Dante si riferisse a Nina Morić, Alba Perietti, Valeria Marini o Loredana Lecciso. O a qualcuna delle signorine che fino a uno o due mesi fa dimoravano nel residence di Via Olgettina 65 a Milano, tutte uguali una all'altra e tutte con le labbra rigorosamente e innaturalmente rigonfie.

Nel settimo Canto dell'Inferno si parla di coloro che in vita indulsero in tre dei sette peccati capitali: gli avari, gl'iracondi, gli accidiosi e infine i prodighi.


27 febbraio 2011

Tempo.

Qualche anno fa passava in televisione una pubblicità che mi colpì e che mi è rimasta impressa, al contrario del prodotto che pubblicizzava del quale non conservo alcun ricordo.
La pubblicità era in inglese, evidentemente si rivolgeva a un pubblico giovane. All'inizio una voce fuori campo chiedeva "Whad do you want?", cioè "Cosa vuoi?". Alla domanda rispondevano alcuni ragazzi e ragazze ripresi in piano medio e il cui aspetto, abbigliamento e modo di fare erano perfettamente aderenti ai canoni stilistici, sociali e (sotto)culturali dell'epoca.
Le risposte che davano erano quelle che ci si possono aspettare da giovani abituati ad avere tutto, poco impegnati, superficiali, edonisti e figli dell'era dell'immagine: "I want fame", "I want money", "I want power", "I want girls", "I want respect"...
Quei ragazzi non aspiravano ad altro che avere fama, denaro, potere, donne e rispetto per sentirsi onnipotenti.

Da ultimo veniva inquadrato un vecchietto abbondantemente oltre i 70 anni dall'aria triste e dall'aspetto emaciato. Lui, che aveva l'aria rassegnata dei vecchi che sanno di non avere ancora molto tempo da vivere, alla domanda "What do you want?" rispondeva con voce flebile: "I want... time!".    "Io voglio...  del tempo".

Già, il tempo.
Il tempo sembra scorrere sempre più veloce con l'aumentare dell'età e per qualcuno il tempo vale più della fama, della ricchezza, del potere e di ogni altra cosa materiale. Il tempo è sempre troppo poco, non riusciamo mai a fare tutto ciò che vorremmo perchè gl'impegni c'incalzano e ci costringono a occuparci d'altro. Viviamo in una perenne sindrome da accelerazione temporale alla quale, a partire dalla metà degli anni '70 in poi, si è stati costretti a sottostare fin da piccoli.

Vedo bambini ai quali vengono imposte tante e tali attività da farli assomigliare dei piccoli prigionieri costretti ai lavori forzati. Cominciano al mattino con la scuola, che se è a tempo pieno occupa anche parte del pomeriggio; poi segue l'attività sportiva che porta via almeno un'ora o un'ora e mezza, poi magari c'è qualche altra attività assimilabile alla scuola (penso a corsi di musica, danza, lezioni private e simili) che porta via un'altra ora o due e infine devono anche fare i compiti.
Qui saremmo già a sera; fra una cosa e l'altra i bambini non hanno avuto nemmeno una mezz'ora di riposo e non hanno ancora avuto nemmeno un minuto per fare ciò che i bambini hanno sempre fatto, almeno fino alla mia generazione e a quella successiva, fino alla metà degli anni '70: essere bambini.
Allora essere bambini voleva dire andare a  scuola al mattino, fare i compiti subito dopo pranzo e poi passare il resto del pomeriggio in compagnia di altri piccoli a giocare, a divertirsi senza preoccuparsi di nulla e a concedersi quel lusso straordinario, quel privilegio esclusivo che fino ad allora era stato concesso solo ai bambini e ai vecchi: perdere tempo, perchè per un bambino l'ozio non è ancora il padre di tutti i vizi e per un vecchio ha smesso di esserlo.

Se i ritmi di vita a cui certi genitori costringono i loro figli venissero imposti a loro, magari sul lavoro, succederebbe una rivoluzione. Invece i bambini non si ribellano, accettano ritmi di vita inadatti a loro e il carico d'impegni a cui devono sottomettersi li trasforma troppo presto in piccoli "lavoratori" solitari a cui viene sottratto il tempo da dedicare al gioco; per divertirsi hanno solo quei sostituti della vita ludica infantile che si chiamano Wii, X-Box, Nintendo DS e Play Station.
I bambini non giocano più con i bambini: giocano da soli con una macchina. Anzi: giocano contro una macchina, che in quanto tale è fatalmente destinata a vincere e a provocare in loro solo frustrazione... che spesso poi scaricano nella vita reale sui bambini più vulnerabili in forma di bullismo. Ma anche se sfidano altri bambini ai videogiochi, lo fanno attraverso la macchina e interagiscono con essa, non con i loro pari.  Comunque non è quasi mai un gioco "con" qualcuno: è quasi sempre un gioco "contro" qualcuno.
Ma che razza di adulti usciranno da bambini che non conoscono affatto l'empatia e la collaborazione ma conoscono solo l'egoismo e la competizione, la necessità di prevalere e d'imporsi a ogni costo sugli altri?

Eppure c'è ancora qualche padre che fa ai figli il regalo più grande e più prezioso: il suo tempo, da passare costruendo insieme a loro un gioco che nessun altro bambino può avere uguale.
Sono sicuro che qualsiasi bambino rinuncerebbe senza pensarci un attimo alla più evoluta consolle per videogiochi, pur di avere un padre che impiegasse qualche mese per costruire insieme a lui una pista da parete - che sembra uscita da qualche cartone animato - su cui far correre le biglie di vetro. Basta guardare l'aria radiosa del bambino che fa partire il meccanismo all'inizio del filmato qui sotto per capire cosa intendo.




Poi, naturalmente, fra i padri illuminati che dedicano il loro tempo ai figli c'è sempre quello che vuole strafare e che non ha il senso delle proporzioni. Quando a un padre affetto da megalomania, con rilevanti possibilità economiche e un'adeguata disponibilità di spazio salta in capo di costruire per il figlio una pista per le macchinine, può anche succedere di vedere mostruosità - ancorchè affascinanti - come questa...

21 febbraio 2011

Un consiglio? Tirate le tende...

La prima volta che lessi "1984" di George Orwell avevo circa 15 anni e una passione grandissima per la fantascienza.

Il libro riesce perfettamente a restituire al lettore l'atmosfera cupa e ansiogena in cui vive Winston Smith, il protagonista. In ogni stanza, in ogni angolo di strada, in ogni punto della città c'è un "teleschermo" attraverso il quale il Grande Fratello tiene sotto stretto controllo lo Stato e la Psicopolizia spia i cittadini, sempre pronta a intervenire rapidamente quando qualcuno commette la più piccola infrazione alle rigidissime leggi.

Qualcosa di simile al Grande Fratello di Orwell e che come lui è in grado di spiare le persone fin dentro a casa propria esiste, si trova in Internet e chiunque può vederlo: si tratta del sito "Gigapan" (link).
Questo sito contiene immagini ad altissima risoluzione di innumerevoli zone del mondo, ma le più spettacolari sono quelle delle città.

Le foto di Gigapan sono navigabili allo stesso modo di Google Earth: girando la rotellina del mouse si può zoomare fino a ingrandire i particolari più piccoli, il chè per le foto delle città significa potersi avvicinare fino a vedere in dettaglio cosa succede nei cortili recintati, nelle piscine e nei giardini sui tetti in cui la gente si sente al riparo da sguardi indiscreti, nei balconi e nelle terrazze senza palazzi di fronte in cui le persone si sdraiano a prendere il sole.

Dalle immagini di Gigapan si riesce perfino a vedere all'interno delle finestre e delle verande, si possono osservare le persone ignare intente nei gesti di tutti i giorni all'interno delle loro case, dove meno si aspettano di essere osservate da una sorta di Grande Fratello che non manderà la Psicopolizia ad arrestarle se sgarrano ma permetterà a chiunque di spiarle nell'intimità del loro domicilio, soprattutto nelle immagini notturne, quando le finestre aperte permettono di vedere benissimo gl'interni illuminati.

Insomma, come scriveva Orwell, "Il Grande Fratello vi guarda!" e se si vuole stare tranquilli in casa propria c'è solo una cosa da fare: tirare le tende
E per strada niente dita nel naso e altri gesti di cui ci si potrebbe vergognare: il Grande Fratello di Gigapan potrebbe essere intento a fotografare il luogo dove ci troviamo... e fra qualche settimana chiunque al mondo potrebbe spingere il suo sguardo in casa nostra o vederci all'aperto in situazioni imbarazzanti.

Qui l'elenco delle immagini navigabili di città.  A tutt'oggi, solo per quanto riguarda le città ci sono ben 856 immagini in 86 pagine: un click sulla foto che più c'incuriosisce e s'inizia l'esplorazione.

Il sito è in lingua inglese. L'immagine principale, quella navigabile col mouse, è larga  più o meno come lo schermo mentre più sotto ci sono spesso i cosiddetti "snapshots", le istantanee di dettagli scovati navigando le fotografie e ritenuti interessanti dalle persone iscritte al sito: passandoci sopra con la freccetta del mouse, sulla destra appare una descrizione del dettaglio; con un click si "plana" sul dettaglio scelto.

Giusto per dare un'idea di quanto sia possibile vedere i dettagli delle immagini, questa è la foto del Burj Khalifa di Dubai come appare nell'elenco indicato più sopra; notare la chiarezza con cui si legge la targa di una macchina che si trova da qualche parte nell'immagine di destra e il cerchietto che ho disegnato sulla torre.


Quest'altra foto mostra come sia possibile vedere una persona affacciata a una finestra del grattacielo, finestra che si trova nella zona evidenziata dal cerchietto nell'immagine sopra:


Capito perchè consiglio di tenere le tende tirate?

15 febbraio 2011

Sogni di sabbia.

La pubblicità in televisione è spesso insulsa e sgradevole. E il più delle volte è inopportuna.

Basta guardare una qualsiasi rete nazionale nei cinque minuti che precedono i telegiornali a ora di pranzo e a ora di cena per sorbirsi, mentre si è a tavola e si sta mangiando, una raffica di spot che pubblicizzano la pasta per la dentiera della postina emiliana golosa di torta alle noci, i pannolini per neonati che assorbono anche la pupù liquida, lo spray deodorante che attira tutti gli amichetti del figlio a farla "nel nostro bagno", il disincrostante per wc che spazza via le case dei batteri verdi fin sotto il bordo,  lo sciroppo per la tosse grassa che mette ko il catarro in forma di scimmia verdognola che si getta sui dormienti, il cura-lavastoviglie che elimina le secchiate di grasso marrone e gorgogliante che incrostano il nostro elettrodomestico, i lassativi di ogni sorta, gli assorbenti femminili con ali e senza, le soluzioni miracolose per dar sollievo alle giovani con prurito vulvare e via di questo ripugnante passo, senza remissione alcuna.
Ma è mai possibile che tutte queste schifezze ci debbano essere propinate ogni giorno che Dio manda in terra  e invariabilmente proprio mentre siamo a tavola?!?
Non ci sono altri orari per promuovere certi prodotti? O, meglio ancora, non ci sono modi e messaggi meno disturbanti per pubblicizzarli? Pare di no.

A fronte di moltissime campagne pubblicitarie decisamente stupide e irritanti, quelle di ENI sono una piacevolissima eccezione. Sono ben fatte, gradevoli e belle da vedere. Un vero raggio di sole nel panorama desolante di "creativi" a un tanto al chilo.
Le pubblicità di ENI sono quasi sempre state tutt'altro che banali; basta citare le simpatiche campagne curate da Bruno Bozzetto e quelle con le raffinatissime animazioni di Jean-Michel Folon (link).
Attualmente stanno passando in televisione i disegni creati con sabbia sulla lavagna luminosa da Ilana Yahav, che ha dato brillante dimostrazione del suo estro artistico in diverse altre pubblicità in tutto il mondo. Le mani dell'artista si muovono veloci e sicure sul sottile strato di sabbia sparso sullo piano luminoso e con poche ma efficaci immagini promuovono il marchio del cane a sei zampe.

Ilana Yahav e un vero genio. Non è affatto facile creare immagini dalla sabbia e crearle belle come fa lei. In rete ho trovato diversi video, tutti straordinari. Eccone alcuni, che suggerisco di guardare a schermo intero.

11 febbraio 2011

Strumenti insoliti 1 - L'armonica a bicchieri.

Inizio oggi a parlare di strumenti musicali insoliti.

Chi non ha mai provato almeno una volta a far risuonare un bicchiere sfregando il polpastrello bagnato sul bordo con un movimento circolare? Tutti, credo, ma a me non è quasi mai riuscito di trarre una nota dai calici che mi sono capitati davanti.

Per fortuna Benjamin Franklin - proprio lui, uno del Padri fondatori degli Stati Uniti d'America e inventore, fra le altre cose, del parafulmine e delle lenti bifocali - ci riusciva benissimo, tant'è che oltre a dedicarsi alla politica e sviluppare scoperte importanti come quelle che ho appena nominato, Benjamin Franklin riuscì perfino a trovare il tempo di costruire l'armonica a bicchieri (link).

L'idea gli venne nel 1757, quando viveva in Inghilterra e durante un concerto vide un musicista suonare delle brevi melodie su una serie di bicchieri. A Franklin piacque il suono dei cristalli risonanti e, volendo rendere più agevole l'esecuzione di brani musicali, nel 1761 costruì l'armonica a bicchieri, su cui la disposizione delle note è abbastanza simile come principio a quella degli strumenti a tastiera (organo, cembalo o pianoforte).

Questo insolito strumento consiste in una serie di calotte di vetro di dimensioni decrescenti infilate su di un perno; le calotte che producono le alterazioni (diesis e bemolle) sono segnate esattamente come sulle tastiere, affinchè chi suona possa avere un riferimento. Questa sorta di spiedino musicale viene fatto girare da un motore elettrico o da un leveraggio a pedale simile a quello delle antiche macchine per cucire e il musicista suona sfiorando i bordi delle calotte con i polpastrelli inumiditi, traendone note eteree e cristalline.

L'armonica a bicchieri permette di suonare non solo melodie ma anche accordi e fra '700 e '800 diversi compositori scrissero musiche pensate appositamente per essere eseguite su questo strumento, che tuttavia non ebbe molto successo: le orchestre da camera, l'organo e il cembalo erano prevalenti nella musica barocca; inoltre c'erano già altri due strumenti idiofoni largamente usati, la celesta e il glockenspiel. Poi arrivò il pianoforte e per l'armonica a bicchieri ci fu l'immeritato ma inevitabile oblio, anche perchè l'inerzia di attacco e rilascio delle note la rendeva inadatta ai brani con note brevi o con i veloci passaggi virtuosistici tipici della musica di quel periodo.

Le cronache dell'epoca raccontano che la regina Marie-Antoinette, moglie di re Louis XVI di Francia, si dilettasse a suonare l'armonica a bicchieri e che il medico tedesco Franz Anton Mesmer usasse questi suoni insieme al magnetismo per curare le malattie secondo le teorie da lui elaborate e note come "mesmerismo".
Paradossalmente, per un Mesmer che curava i pazienti con i suoni dell'armonica a bicchieri c'erano moltissimi medici che credevano i suoi suoni acuti e penetranti capaci di indurre malattie mentali e perfino la pazzia; pare tuttavia che più dei suoni acuti potesse il piombo contenuto nel cristallo con cui erano fabbricate le calotte, che veniva assorbito dai suonatori attraverso la pelle e provocava una grave intossicazione con effetti anche neurologici, il saturnismo.

Attualmente c'è al mondo una sola fabbrica in grado di produrre calotte di cristallo perfettamente accordate per le armoniche a bicchieri, la Cal-Glass che si trova in Californa. In verità sono pochini anche i musicisti in grado di suonare questo particolarissimo e affascinante strumento; è un vero peccato, perchè il suo suono è davvero bello.



05 febbraio 2011

"Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per la dannosa colpa de la gola..."

«Canto sesto, nel quale mostra del terzo cerchio de l'inferno e tratta del punimento del vizio de la gola, e massimamente in persona d'un fiorentino chiamato Ciacco; in confusione di tutt'i buffoni tratta del dimonio Cerbero e narra in forma di predicere più cose a divenire a la città di Fiorenza.»

Nel sesto Canto dell'Inferno incontriamo le anime di chi indugiò nella "dannosa colpa della gola", tormentate da una perenne pioggia e da Cerbero, figura mitologica di cane con tre teste e il corpo ricoperto di serpi velenose anzichè di pelo.
Non ho mai capito fino in fondo cosa ci sia di tanto peccaminoso nell'essere golosi, tutto sommato fra i vizi capitali questo mi pare il meno grave... ma probabilmente agl'inizi dell'era cristiana il concetto di gola era assai diverso da quello che abbiamo nel ventunesimo secolo.


27 gennaio 2011

Commenti.

Un amico mi ha appena detto di aver commentato uno dei miei interventi e che il suo commento non è ancora visibile.
Io dalla pagina di controllo del blog non vedo nessun commento da moderare, quindi qualcosa dev'essere andato storto nell'inoltro.

Per adesso toglierò la moderazione ai commenti, che dovrebbero apparire immediatamente.
Qualora si verificassero altri disguidi invito chi mi legge a segnalarmi il problema.
Grazie a tutti per la collaborazione.

26 gennaio 2011

La borsa... reale.

Ci sono cose a cui nessuno bada perchè le si danno per scontate, ma a ben guardare in certi casi sono dei veri e propri misteri inspiegabili.

Nessuno presta più di tanta attenzione al fatto che una donna vada in giro con la borsa perchè tutte le donne ce l'hanno: è normale che sia così, se si pensa alla quantità di oggetti che vi devono metter dentro. 
Piuttosto non si capisce come mai non esista un analogo accessorio per gli uomini, dal momento che - a parte un breve periodo negli anni '70 in cui apparve il mitico "borsello" - per noi uomini non è prevista nessuna collocazione diversa dalle tasche di pantaloni e/o giacche per chiavi di casa, chiavi della macchina, cellulare, astuccio degli occhiali, portafogli, sigarette, accendino, caramelle e chewing gum, fazzoletti e ogni altra cosa che ognuno di noi si porta dietro. Eppure ogni uomo sa quanto sia difficile e scomodo ficcarsi in tasca la mole di oggetti di cui abbiamo bisogno durante la giornata: ma perchè dobbiamo sempre avere le tasche gonfie come le guance dei criceti?!?

Per la verità negli ultimi anni qualcosa di simile al borsello è riapparso nelle pelletterie, ma solo un numero ristretto di uomini usa questi accessori: sembra che sia impossibile separare la borsa per uomo da quell'aura di ambiguità sessuale e scarsa o nulla virilità che, a partire dalla sua apparizione negli anni '70, la vulgata ha sempre attribuito al borsello e per estensione ai maschi che ne fanno uso.
A volte gli uomini sono davvero stupidi: non ci sarebbe nulla di male o di disdicevole a usare un accessorio comodo e funzionale per svuotare le tasche, eppure preferiscono avere due sacchi di cianfrusaglie perennemente appesi ai lati delle gambe pur di non veder messa in dubbio la loro mascolinità...
Chissà, forse un giorno noi maschi capiremo finalmente che la virilità e la mascolinità non dipendono certo dal fatto che si usi o no un determinato accessorio.

Tornando a quanto ho scritto all'inizio, diamo per scontato che una donna abbia una borsa e sappiamo perchè ce l'ha, quindi non ci facciamo caso.
Eppure c'è una donna in particolare la cui borsetta suscita la mia curiosità perchè non riesco proprio a immaginare cosa mai possa metterci dentro: questa donna è la regina Elisabetta II.

Ogni volta che la vedo con quei suoi abiti dal taglio senza tempo, dai colori improbabili, al di fuori di qualsiasi stile e moda, con quei suoi cappellini più buffi che eleganti e con la borsetta sempre perfettamente intonata alle scarpe capisco che su sei miliardi di persone al mondo quello stile appartiene solo a lei e che solo lei può permetterselo senza scatenare l'ilarità. Ma ogni volta non riesco a fare a meno di chiedermi se la regina Elisabetta tenga in mano la borsa perchè una donna deve tenere in mano una borsa o se davvero ne abbia bisogno...

Non credo che ci tenga le chiavi di Buckingham Palace, del castello di Windsor o di quello di Balmoral.
Sono ragionevolmente certo che nella reale borsetta non vi sia nemmeno il cellulare, che probabilmente la sovrana nemmeno ha: lei non è tenuta a essere reperibile in ogni momento, ma semmai si aspetta che gli altri siano a sua disposizione 24 ore su 24.
Di sicuro non ci tiene nemmeno cipria, rossetto, penna, mentine e agenda; escluderei anche che ci tenga i documenti e il codice fiscale, mentre mi rifiuto anche solo di pensare che sua maestà britannica metta nella borsetta denaro, carta di credito, bancomat e blocchetto degli assegni.

Insomma, giusto per oziosa curiosità: qualcuno ha idea di cosa diavolo possa mai tenere la regina Elisabetta in quelle sue borse sempre perfettamente intonate alle scarpe?!?

21 gennaio 2011

La Primavera.

Dopo la "Nascita di Venere" (link), un altro dipinto straordinario di Botticelli è "La Primavera", che ha molti tratti in comune con il capolavoro di cui ho parlato il 21 dicembre scorso e che, come l'altro, si trova alla Galleria degli Uffizi di Firenze.

Questo quadro mi è familiare da sempre perchè mia nonna ne aveva una riproduzione appesa alla parete della camera da letto, dunque lo vedevo ogni volta che andavo a trovarla. Forse anche in questo caso - come per Dante Alighieri - devo aver ricevuto una qualche forma d'imprinting che mi fa particolarmente apprezzare la pittura di Botticelli.
Lascio a chi è più qualificato di me il compito di parlare e spiegare questo quadro.


Filmato ad alta risoluzione, consiglio la visione a schermo intero.

17 gennaio 2011

Relax.

Esistono diversi modi per comunicare: alcuni hanno bisogno della parola, altri più diretti non ne hanno bisogno e sono questi ultimi che ci coinvolgono di più, che ci danno emozioni uniche e non ottenibili con la mediazione del linguaggio.
La musica arriva al nostro... inconscio? spirito? anima? in maniera diretta ed è per questo motivo che c'influenza tanto.

A seconda del genere, della tonalità, del ritmo e del contesto in cui la si ascolta, la musica può fare aumentare o diminuire il battito cardiaco e la frequenza del respiro, può indurre tranquillità o eccitazione.
In certi casi la musica può indurre l'ansia, che in persone predisposte può arrivare fino alla paura. Le colonne sonore dei thriller sono strutturate in modo tale da suscitare nel pubblico l'attesa dell'evento spaventoso.
All'interno di un film che deve spaventare il pubblico, una musica che in altri contesti giudicheremmo "tranquilla" può diventare assai più ansiogena di quelle composte ad hoc, se collegata a scene truci: chiunque abbia visto il film "Profondo Rosso" di Dario Argento non potrà certamente ascoltare l'innocente ritornello cantato da una voce di bambino senza considerarlo quantomeno poco rassicurante, soprattutto se dovesse sentirlo di notte, in un sotterraneo o in un lungo corridoio deserto scarsamente illuminato... in questo caso il brivido lungo la schiena è assicurato. Ci comportiamo esattamente come i famosi cani di Pavlov, confermandone la teoria del riflesso condizionato.


Meglio ascoltare un altro genere di musica, quella che abbassa la frequenza del battito cardiaco e del respiro, quella che ci aiuta a rilassarci e che possiamo anche tenere come sottofondo non invadente mentre ci occupiamo di altre cose.
Il genere musicale che io trovo particolarmente adatto a questo scopo è la musica celtica. Il ritmo lento, le voci delicate e le melodie circolari, ipnotiche di queste musiche ascoltate in un ambiente tranquillo, con una luce attenuata e possibilmente sulle tonalità del verde o dell'azzurro stando comodamente sdraiati su una chaise-longue, sono secondo me l'ideale per lasciarsi alle spalle lo stress della giornata... o per iniziare la settimana nel modo giusto.






14 gennaio 2011

Mille e una notte.

Il Castello di Sammezzano (Reggello - FI), splendido ma soprattutto unico esempio di architettura moresca presente in Italia, sta andando in malora per l'incuria e il totale abbandono in cui versa da decenni. 
È uno dei tanti, preziosissimi gioielli del patrimonio architettonico italiano che, nella migliore tradizione della nostra piccola e provinciale Italietta, viene lasciato andare a peripatetiche; mi si perdoni il francesismo (o meglio il grecismo...) ma davanti allo scempio di un monumento così straordinario e all'insipienza di chi dovrebbe non solo prendersene cura ma valorizzarlo e renderlo fruibile al pubblico, non riesco a non indignarmi e non posso fare a meno di usare espressioni veementi.

Il nucleo originario fu edificato in epoca medioevale, ma la riprogettazione che ha fatto del Castello di Sammezzano un esempio di architettura moresca che in Italia non ha eguali risale agli anni fra il 1843 e il 1889 a opera di Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, il proprietario del castello.
Questo eclettico nobiluomo con la passione per l'orientalismo e per l'architettura trasformò il castello in una piccola Alhambra in terra di Toscana. Alcuni ambienti del castello sono assai simili a quelli della famosissima cittadella araba costruita sulle colline di Granada: vi si trovano arabeschi e geometrie policrome, cupole di stalattiti, volte a ventaglio, stucchi bianchi, ceramiche, sale con file di colonne, logge nascoste da gelosie e perfino una porta al di sopra della quale incombe la scritta "Non plus ultra" a segnare il limite fra la parte pubblica del serraglio e l'harem.

Il castello non è l'unico tesoro di Sammezzano; c'è anche un vastissimo parco, uno dei più grandi della Toscana, che accoglie alcune essenze molto rare; le più interessanti sono una cinquantina di sequoie adulte alte più di 35 metri.

Fa davvero tristezza sapere che un monumento di siffatta e rara bellezza sta andando in rovina per scelta deliberata della proprietà e per la colpevole ignavia delle autorità preposte alla conservazione del partimonio artistico e architettonico; per cercare di limitare i danni, alla fine degli anni '90 è stato sistemato alla bell'e meglio il tetto e cinque anni fa tutte le porte di accesso al castello sono state murate. Ora è derelitto.
Sembra che Vittorio Sgarbi abbia preso a cuore la sorte del Castello di Sammezzano; io spero che riesca a fare qualcosa prima che sia troppo tardi: gl'interni sono ancora in buone condizioni, sarebbe criminale permettere il perimento di un simile tesoro.

Questo è il link a una pagina con una descrizione e 50 immagini, mentre questo è il link a un ampio album fotografico nella pagina Facebook del Castello di Sammezzano.
Le foto qui sotto sono tratte dal web e il copyright appartiene al loro autore.







10 gennaio 2011

"Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende"

«Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l'inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di più famosi gentili uomini.»

Nel quinto Canto dell'Inferno, Dante e Virgilio scendono nel Cerchio II, quello dei "peccator carnali", i lussuriosi.
È uno dei Canti più noti perchè fra gli altri "spirti" Dante incontra quelli di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, i famosi e sfortunati amanti che pagarono con la morte la debolezza di aver ceduto alla passione.
Oltre che per la sua bellezza, il castello di Gradara (PU) è meta di molti visitatori anche grazie a questa citazione di Dante.


Gradara - Ingresso al castello.



08 gennaio 2011

400 metri piani o jogging al parco?

Sembra facile trovare ogni giorno qualcosa di cui parlare... e probabilmente è facile per chi ha la chiacchiera facile. Io sono più incline all'ascolto che alla chiacchiera e questo è un problema.

Non basta tuttavia trovare ogni giorno qualcosa di cui parlare: io vorrei anche che questo qualcosa fosse interessante, vorrei suscitare in chi mi legge la curiosità per gli argomenti che tratto e vorrei proporre cose che gratifichino chi mi segue, siano esse poesia, musica, luoghi da visitare, siti web, capolavori artistici eccetera.

Quando un mese fa ho dato vita a questo blog avevo diverse idee e scrivere un intervento al giorno è stato abbastanza semplice. Da allora ho trattato 28 di quelle idee... e mi duole ammettere che le mie idee non possono essere infinite, volendo con un (bel) po' di presunzione mantenere un livello qualitativo almeno decente.

Per usare una similitudine sportiva, in questo primo mese ho corso i 400 metri piani e non essendo un atleta comincio a essere in debito di ossigeno.
Mi sembra opportuno rallentare il passo a un livello che sia adeguato alle mie capacità e dunque è opportuno che io esca dalla pista di atletica per tornare a fare jogging al parco.

Questo blog dev'essere un piacere sia per me che scrivo, sia per chi legge; non voglio sentirmi costretto a dover trovare tutti i giorni e per forza qualcosa di cui parlare perchè inevitabilmente finirei per scrivere cose poco interessanti. Finirei anche per detestare questa "incombenza" e non voglio che questo accada.
Per i motivi che ho appena spiegato da oggi diraderò la frequenza dei miei interventi; non scriverò più un post al giorno ma ne pubblicherò uno a settimana.

Se poi qualcuno volesse lasciare qualche commento e/o interagire con me, tanto meglio: sono convinto che il dialogo sia più stimolante e interessante che parlare a sè stessi.
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Ieri, parlando del film Koyaanisqatsi, dicevo di aver scoperto in rete dei filmati interessanti che me lo avevano fatto ricordare. Propongo due di questi filmati e suggerisco di guardarli a schermo intero perchè sono di ottima qualità.
Il primo s'intitola "Sky" ed è stato girato con la tecnica del 'Time-lapse' (link) a Dubai: in 4 minuti e 25 secondi ci mostra ciò che accade in cinque giorni e cinque notti in diverse zone di Dubai.
Il secondo s'intitola "Hayaku", è stato con la stessa tecnica e in 8 minuti riassume un viaggio attraverso il Giappone.
Buon week-end a tutti.





07 gennaio 2011

Koyaanisqatsi

"Koyaanisqatsi", in lingua Hopi, significa "vita squilibrata" ed è il titolo di un film-documentario diretto da Godfrey Reggio che uscì nel 1982.

Il regista inizia mostrandoci immagini della natura e man mano che il film procede ci fa vedere come l'uomo la pieghi a sè stesso e la modifichi in modo irreversibile. Le riprese rallentate o velocizzate rendono più efficaci e suggestive le immagini, mentre l'assenza di dialoghi - sostituiti dalla coinvolgente colonna sonora di Philip Glass - non distrae lo spettatore da ciò che vede. 

Dopo un po' si ha l'impressione di osservare un altro mondo, la tecnica del "timelapse" (riprese accelerate) applicata alle immagini delle folle che si muovono nelle metropoli le fa sembrare delle formiche in un formicaio e si comprende come la vita degl'insetti e quella dell'Homo Sapiens non siano poi così diverse, anche se noi nella nostra umanissima presunzione pensiamo di essere speciali nell'universo... al punto di essere l'immagine stessa di Dio.

Godfrey Reggio ha fatto due sequels di Koyaanisqatsi: nel 1988 uscì "Powaqqatsi" (in lingua Hopi significa "vita che consuma la vita degli altri), che mostra la diversa concezione del lavoro nel mondo sviluppato e in quello più arretrato; infine nel 2002 fu la volta di "Naqoyqatsi" (cioè "vita in guerra") in cui Reggio esplora l'evoluzione del linguaggio, il capitalismo e la velocità che caratterizza la nostra epoca, concludendo che l'uono sta distruggendo sè stesso. Tutti insieme questi film formano la cosiddetta "Trilogia Qatsi".
Come sempre succede in questi casi, il film più bello è il primo; i successivi non sorprendono più, sono prevedibili.

Ho parlato di questo film perchè all'epoca lo trovai molto coinvolgente, ma anche perchè ho scoperto in rete dei filmati che me lo hanno fatto ricordare, filmati di elevata qualità video che giudico particolarmente belli e interessanti e che proporrò prossimamente.

Su Youtube ci sono tutti e tre i films della trilogia Qatsi.
"Koyaanisqatsi" è diviso in nove spezzoni di 10 minuti l'uno. Chi fosse interessato a vederli può cliccare questi links:
Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5
Parte 6
Parte 7
Parte 8
Parte 9

05 gennaio 2011

Maurits Cornelis Escher.


Davanti a molte delle opere di Escher, la prima cosa che a me invariabilmente viene in mente è "Ma come ha fatto?!?"
Le sue figure incastrate, le cosiddette "tassellature" (link), sono straordinarie per la perizia che occorre per disegnarle e geniali per gli accostamenti di opposti nella scelta delle figure: angeli e diavoli, pesci e uccelli, pesci e insetti oppure solo lucertole, sagome incastrate con il loro negativo o anche un numero elevato di figure diverse, tutte perfettamente accostate a formare un puzzle. Alla tecnica della tassellatura Escher unisce spesso anche quella dei frattali, tanto per complicarsi un po' la vita...
Pare che per sviluppare la tecnica della tassellatura si sia ispirato alle decorazioni dell'Alhambra, la famosa e bellissima cittadella costruita a Granada dai sovrani arabi che ressero la Spagna dall'8° secolo fino alla loro definitiva cacciata nel 1492 da parte di Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona.

Tassellatura dell'Alhambra, Granada.
L'opera più imponente è la famosa "Metamorphose", una striscia di 20 centimetri di altezza che si sviluppa per ben 4 metri in cui l'artista riesce a mettere davvero di tutto fondendo le immagini in una sorprendente metamorfosi per tornare infine al disegno iniziale, la scritta "Metamorphose", appunto.
Ma ciò che davvero lascia a bocca aperta di Escher sono le prospettive impossibili, gli edifici che non possono esistere. Davvero geniali.

Più che parlare di Escher è meglio guardare le sue opere, perchè a parole è impossibile anche solo darne un'idea. Le immagini qui sotto sono tutte cliccabili per vederle più grandi.

Segnalo da ultimo che circa una quindicina di anni fa era in circolazione un pacchetto software (girava su Windows 3.11, parliamo dunque di preistoria informatica...) che conteneva tutte le opere di Escher e in più un programma per creare i propri disegni con il metodo della tassellatura.
Naturalmente non resistetti alla tentazione di comprarlo ed era divertentissimo giocare a creare nuove geometrie. Peccato che sui computer attuali, molto più evoluti sia come macchine che come sistemi operativi, quel programma sia del tutto inutilizzabile: non gira.
E lo chiamano progresso...














03 gennaio 2011

La follia.

Il tema noto come "La Follia" (anche detto "La follia di Spagna") è una delle musiche più antiche conosciute in Europa.

Anche se le prime pubblicazioni risalgono alla metà del 17° secolo, la progressione di accordi da cui si sviluppa si diffuse più o meno contemporaneamente in diversi Paesi fra la fine del 15° e l'inizio del 16° secolo.

Si può quindi dire che sia stato il primo brano ad avere notorietà su scala globale, almeno per l'epoca. A parte gli oltre 150 musicisti che nei secoli hanno fatto proprio questo tema, esistono musiche della tradizione africana, canaria e brasiliana riconducibili alla "Follia".

Il tema si sviluppa su sedici battute nella tonalità del re minore e alcuni musicologi ipotizzano che abbia avuto una simile diffusione continentale perchè questa linea armonica si presta particolarmente all'improvvisazione melodica.

Dato l'elevato numero di musicisti che hanno composto variazioni su questo tema (fra gli altri Scarlatti, Vivaldi, Geminiani, Corelli, Liszt, Bach, Salieri e perfino Rachmaninov), ci sono versioni della "Follia" per orchestra, per strumenti singoli e per due o più strumenti.
Personalmente preferisco le versioni per clavicembalo solo, per archi e clavicembalo e per organo.