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27 febbraio 2011

Tempo.

Qualche anno fa passava in televisione una pubblicità che mi colpì e che mi è rimasta impressa, al contrario del prodotto che pubblicizzava del quale non conservo alcun ricordo.
La pubblicità era in inglese, evidentemente si rivolgeva a un pubblico giovane. All'inizio una voce fuori campo chiedeva "Whad do you want?", cioè "Cosa vuoi?". Alla domanda rispondevano alcuni ragazzi e ragazze ripresi in piano medio e il cui aspetto, abbigliamento e modo di fare erano perfettamente aderenti ai canoni stilistici, sociali e (sotto)culturali dell'epoca.
Le risposte che davano erano quelle che ci si possono aspettare da giovani abituati ad avere tutto, poco impegnati, superficiali, edonisti e figli dell'era dell'immagine: "I want fame", "I want money", "I want power", "I want girls", "I want respect"...
Quei ragazzi non aspiravano ad altro che avere fama, denaro, potere, donne e rispetto per sentirsi onnipotenti.

Da ultimo veniva inquadrato un vecchietto abbondantemente oltre i 70 anni dall'aria triste e dall'aspetto emaciato. Lui, che aveva l'aria rassegnata dei vecchi che sanno di non avere ancora molto tempo da vivere, alla domanda "What do you want?" rispondeva con voce flebile: "I want... time!".    "Io voglio...  del tempo".

Già, il tempo.
Il tempo sembra scorrere sempre più veloce con l'aumentare dell'età e per qualcuno il tempo vale più della fama, della ricchezza, del potere e di ogni altra cosa materiale. Il tempo è sempre troppo poco, non riusciamo mai a fare tutto ciò che vorremmo perchè gl'impegni c'incalzano e ci costringono a occuparci d'altro. Viviamo in una perenne sindrome da accelerazione temporale alla quale, a partire dalla metà degli anni '70 in poi, si è stati costretti a sottostare fin da piccoli.

Vedo bambini ai quali vengono imposte tante e tali attività da farli assomigliare dei piccoli prigionieri costretti ai lavori forzati. Cominciano al mattino con la scuola, che se è a tempo pieno occupa anche parte del pomeriggio; poi segue l'attività sportiva che porta via almeno un'ora o un'ora e mezza, poi magari c'è qualche altra attività assimilabile alla scuola (penso a corsi di musica, danza, lezioni private e simili) che porta via un'altra ora o due e infine devono anche fare i compiti.
Qui saremmo già a sera; fra una cosa e l'altra i bambini non hanno avuto nemmeno una mezz'ora di riposo e non hanno ancora avuto nemmeno un minuto per fare ciò che i bambini hanno sempre fatto, almeno fino alla mia generazione e a quella successiva, fino alla metà degli anni '70: essere bambini.
Allora essere bambini voleva dire andare a  scuola al mattino, fare i compiti subito dopo pranzo e poi passare il resto del pomeriggio in compagnia di altri piccoli a giocare, a divertirsi senza preoccuparsi di nulla e a concedersi quel lusso straordinario, quel privilegio esclusivo che fino ad allora era stato concesso solo ai bambini e ai vecchi: perdere tempo, perchè per un bambino l'ozio non è ancora il padre di tutti i vizi e per un vecchio ha smesso di esserlo.

Se i ritmi di vita a cui certi genitori costringono i loro figli venissero imposti a loro, magari sul lavoro, succederebbe una rivoluzione. Invece i bambini non si ribellano, accettano ritmi di vita inadatti a loro e il carico d'impegni a cui devono sottomettersi li trasforma troppo presto in piccoli "lavoratori" solitari a cui viene sottratto il tempo da dedicare al gioco; per divertirsi hanno solo quei sostituti della vita ludica infantile che si chiamano Wii, X-Box, Nintendo DS e Play Station.
I bambini non giocano più con i bambini: giocano da soli con una macchina. Anzi: giocano contro una macchina, che in quanto tale è fatalmente destinata a vincere e a provocare in loro solo frustrazione... che spesso poi scaricano nella vita reale sui bambini più vulnerabili in forma di bullismo. Ma anche se sfidano altri bambini ai videogiochi, lo fanno attraverso la macchina e interagiscono con essa, non con i loro pari.  Comunque non è quasi mai un gioco "con" qualcuno: è quasi sempre un gioco "contro" qualcuno.
Ma che razza di adulti usciranno da bambini che non conoscono affatto l'empatia e la collaborazione ma conoscono solo l'egoismo e la competizione, la necessità di prevalere e d'imporsi a ogni costo sugli altri?

Eppure c'è ancora qualche padre che fa ai figli il regalo più grande e più prezioso: il suo tempo, da passare costruendo insieme a loro un gioco che nessun altro bambino può avere uguale.
Sono sicuro che qualsiasi bambino rinuncerebbe senza pensarci un attimo alla più evoluta consolle per videogiochi, pur di avere un padre che impiegasse qualche mese per costruire insieme a lui una pista da parete - che sembra uscita da qualche cartone animato - su cui far correre le biglie di vetro. Basta guardare l'aria radiosa del bambino che fa partire il meccanismo all'inizio del filmato qui sotto per capire cosa intendo.




Poi, naturalmente, fra i padri illuminati che dedicano il loro tempo ai figli c'è sempre quello che vuole strafare e che non ha il senso delle proporzioni. Quando a un padre affetto da megalomania, con rilevanti possibilità economiche e un'adeguata disponibilità di spazio salta in capo di costruire per il figlio una pista per le macchinine, può anche succedere di vedere mostruosità - ancorchè affascinanti - come questa...

21 febbraio 2011

Un consiglio? Tirate le tende...

La prima volta che lessi "1984" di George Orwell avevo circa 15 anni e una passione grandissima per la fantascienza.

Il libro riesce perfettamente a restituire al lettore l'atmosfera cupa e ansiogena in cui vive Winston Smith, il protagonista. In ogni stanza, in ogni angolo di strada, in ogni punto della città c'è un "teleschermo" attraverso il quale il Grande Fratello tiene sotto stretto controllo lo Stato e la Psicopolizia spia i cittadini, sempre pronta a intervenire rapidamente quando qualcuno commette la più piccola infrazione alle rigidissime leggi.

Qualcosa di simile al Grande Fratello di Orwell e che come lui è in grado di spiare le persone fin dentro a casa propria esiste, si trova in Internet e chiunque può vederlo: si tratta del sito "Gigapan" (link).
Questo sito contiene immagini ad altissima risoluzione di innumerevoli zone del mondo, ma le più spettacolari sono quelle delle città.

Le foto di Gigapan sono navigabili allo stesso modo di Google Earth: girando la rotellina del mouse si può zoomare fino a ingrandire i particolari più piccoli, il chè per le foto delle città significa potersi avvicinare fino a vedere in dettaglio cosa succede nei cortili recintati, nelle piscine e nei giardini sui tetti in cui la gente si sente al riparo da sguardi indiscreti, nei balconi e nelle terrazze senza palazzi di fronte in cui le persone si sdraiano a prendere il sole.

Dalle immagini di Gigapan si riesce perfino a vedere all'interno delle finestre e delle verande, si possono osservare le persone ignare intente nei gesti di tutti i giorni all'interno delle loro case, dove meno si aspettano di essere osservate da una sorta di Grande Fratello che non manderà la Psicopolizia ad arrestarle se sgarrano ma permetterà a chiunque di spiarle nell'intimità del loro domicilio, soprattutto nelle immagini notturne, quando le finestre aperte permettono di vedere benissimo gl'interni illuminati.

Insomma, come scriveva Orwell, "Il Grande Fratello vi guarda!" e se si vuole stare tranquilli in casa propria c'è solo una cosa da fare: tirare le tende
E per strada niente dita nel naso e altri gesti di cui ci si potrebbe vergognare: il Grande Fratello di Gigapan potrebbe essere intento a fotografare il luogo dove ci troviamo... e fra qualche settimana chiunque al mondo potrebbe spingere il suo sguardo in casa nostra o vederci all'aperto in situazioni imbarazzanti.

Qui l'elenco delle immagini navigabili di città.  A tutt'oggi, solo per quanto riguarda le città ci sono ben 856 immagini in 86 pagine: un click sulla foto che più c'incuriosisce e s'inizia l'esplorazione.

Il sito è in lingua inglese. L'immagine principale, quella navigabile col mouse, è larga  più o meno come lo schermo mentre più sotto ci sono spesso i cosiddetti "snapshots", le istantanee di dettagli scovati navigando le fotografie e ritenuti interessanti dalle persone iscritte al sito: passandoci sopra con la freccetta del mouse, sulla destra appare una descrizione del dettaglio; con un click si "plana" sul dettaglio scelto.

Giusto per dare un'idea di quanto sia possibile vedere i dettagli delle immagini, questa è la foto del Burj Khalifa di Dubai come appare nell'elenco indicato più sopra; notare la chiarezza con cui si legge la targa di una macchina che si trova da qualche parte nell'immagine di destra e il cerchietto che ho disegnato sulla torre.


Quest'altra foto mostra come sia possibile vedere una persona affacciata a una finestra del grattacielo, finestra che si trova nella zona evidenziata dal cerchietto nell'immagine sopra:


Capito perchè consiglio di tenere le tende tirate?

15 febbraio 2011

Sogni di sabbia.

La pubblicità in televisione è spesso insulsa e sgradevole. E il più delle volte è inopportuna.

Basta guardare una qualsiasi rete nazionale nei cinque minuti che precedono i telegiornali a ora di pranzo e a ora di cena per sorbirsi, mentre si è a tavola e si sta mangiando, una raffica di spot che pubblicizzano la pasta per la dentiera della postina emiliana golosa di torta alle noci, i pannolini per neonati che assorbono anche la pupù liquida, lo spray deodorante che attira tutti gli amichetti del figlio a farla "nel nostro bagno", il disincrostante per wc che spazza via le case dei batteri verdi fin sotto il bordo,  lo sciroppo per la tosse grassa che mette ko il catarro in forma di scimmia verdognola che si getta sui dormienti, il cura-lavastoviglie che elimina le secchiate di grasso marrone e gorgogliante che incrostano il nostro elettrodomestico, i lassativi di ogni sorta, gli assorbenti femminili con ali e senza, le soluzioni miracolose per dar sollievo alle giovani con prurito vulvare e via di questo ripugnante passo, senza remissione alcuna.
Ma è mai possibile che tutte queste schifezze ci debbano essere propinate ogni giorno che Dio manda in terra  e invariabilmente proprio mentre siamo a tavola?!?
Non ci sono altri orari per promuovere certi prodotti? O, meglio ancora, non ci sono modi e messaggi meno disturbanti per pubblicizzarli? Pare di no.

A fronte di moltissime campagne pubblicitarie decisamente stupide e irritanti, quelle di ENI sono una piacevolissima eccezione. Sono ben fatte, gradevoli e belle da vedere. Un vero raggio di sole nel panorama desolante di "creativi" a un tanto al chilo.
Le pubblicità di ENI sono quasi sempre state tutt'altro che banali; basta citare le simpatiche campagne curate da Bruno Bozzetto e quelle con le raffinatissime animazioni di Jean-Michel Folon (link).
Attualmente stanno passando in televisione i disegni creati con sabbia sulla lavagna luminosa da Ilana Yahav, che ha dato brillante dimostrazione del suo estro artistico in diverse altre pubblicità in tutto il mondo. Le mani dell'artista si muovono veloci e sicure sul sottile strato di sabbia sparso sullo piano luminoso e con poche ma efficaci immagini promuovono il marchio del cane a sei zampe.

Ilana Yahav e un vero genio. Non è affatto facile creare immagini dalla sabbia e crearle belle come fa lei. In rete ho trovato diversi video, tutti straordinari. Eccone alcuni, che suggerisco di guardare a schermo intero.

11 febbraio 2011

Strumenti insoliti 1 - L'armonica a bicchieri.

Inizio oggi a parlare di strumenti musicali insoliti.

Chi non ha mai provato almeno una volta a far risuonare un bicchiere sfregando il polpastrello bagnato sul bordo con un movimento circolare? Tutti, credo, ma a me non è quasi mai riuscito di trarre una nota dai calici che mi sono capitati davanti.

Per fortuna Benjamin Franklin - proprio lui, uno del Padri fondatori degli Stati Uniti d'America e inventore, fra le altre cose, del parafulmine e delle lenti bifocali - ci riusciva benissimo, tant'è che oltre a dedicarsi alla politica e sviluppare scoperte importanti come quelle che ho appena nominato, Benjamin Franklin riuscì perfino a trovare il tempo di costruire l'armonica a bicchieri (link).

L'idea gli venne nel 1757, quando viveva in Inghilterra e durante un concerto vide un musicista suonare delle brevi melodie su una serie di bicchieri. A Franklin piacque il suono dei cristalli risonanti e, volendo rendere più agevole l'esecuzione di brani musicali, nel 1761 costruì l'armonica a bicchieri, su cui la disposizione delle note è abbastanza simile come principio a quella degli strumenti a tastiera (organo, cembalo o pianoforte).

Questo insolito strumento consiste in una serie di calotte di vetro di dimensioni decrescenti infilate su di un perno; le calotte che producono le alterazioni (diesis e bemolle) sono segnate esattamente come sulle tastiere, affinchè chi suona possa avere un riferimento. Questa sorta di spiedino musicale viene fatto girare da un motore elettrico o da un leveraggio a pedale simile a quello delle antiche macchine per cucire e il musicista suona sfiorando i bordi delle calotte con i polpastrelli inumiditi, traendone note eteree e cristalline.

L'armonica a bicchieri permette di suonare non solo melodie ma anche accordi e fra '700 e '800 diversi compositori scrissero musiche pensate appositamente per essere eseguite su questo strumento, che tuttavia non ebbe molto successo: le orchestre da camera, l'organo e il cembalo erano prevalenti nella musica barocca; inoltre c'erano già altri due strumenti idiofoni largamente usati, la celesta e il glockenspiel. Poi arrivò il pianoforte e per l'armonica a bicchieri ci fu l'immeritato ma inevitabile oblio, anche perchè l'inerzia di attacco e rilascio delle note la rendeva inadatta ai brani con note brevi o con i veloci passaggi virtuosistici tipici della musica di quel periodo.

Le cronache dell'epoca raccontano che la regina Marie-Antoinette, moglie di re Louis XVI di Francia, si dilettasse a suonare l'armonica a bicchieri e che il medico tedesco Franz Anton Mesmer usasse questi suoni insieme al magnetismo per curare le malattie secondo le teorie da lui elaborate e note come "mesmerismo".
Paradossalmente, per un Mesmer che curava i pazienti con i suoni dell'armonica a bicchieri c'erano moltissimi medici che credevano i suoi suoni acuti e penetranti capaci di indurre malattie mentali e perfino la pazzia; pare tuttavia che più dei suoni acuti potesse il piombo contenuto nel cristallo con cui erano fabbricate le calotte, che veniva assorbito dai suonatori attraverso la pelle e provocava una grave intossicazione con effetti anche neurologici, il saturnismo.

Attualmente c'è al mondo una sola fabbrica in grado di produrre calotte di cristallo perfettamente accordate per le armoniche a bicchieri, la Cal-Glass che si trova in Californa. In verità sono pochini anche i musicisti in grado di suonare questo particolarissimo e affascinante strumento; è un vero peccato, perchè il suo suono è davvero bello.



05 febbraio 2011

"Voi cittadini mi chiamaste Ciacco: per la dannosa colpa de la gola..."

«Canto sesto, nel quale mostra del terzo cerchio de l'inferno e tratta del punimento del vizio de la gola, e massimamente in persona d'un fiorentino chiamato Ciacco; in confusione di tutt'i buffoni tratta del dimonio Cerbero e narra in forma di predicere più cose a divenire a la città di Fiorenza.»

Nel sesto Canto dell'Inferno incontriamo le anime di chi indugiò nella "dannosa colpa della gola", tormentate da una perenne pioggia e da Cerbero, figura mitologica di cane con tre teste e il corpo ricoperto di serpi velenose anzichè di pelo.
Non ho mai capito fino in fondo cosa ci sia di tanto peccaminoso nell'essere golosi, tutto sommato fra i vizi capitali questo mi pare il meno grave... ma probabilmente agl'inizi dell'era cristiana il concetto di gola era assai diverso da quello che abbiamo nel ventunesimo secolo.


27 gennaio 2011

Commenti.

Un amico mi ha appena detto di aver commentato uno dei miei interventi e che il suo commento non è ancora visibile.
Io dalla pagina di controllo del blog non vedo nessun commento da moderare, quindi qualcosa dev'essere andato storto nell'inoltro.

Per adesso toglierò la moderazione ai commenti, che dovrebbero apparire immediatamente.
Qualora si verificassero altri disguidi invito chi mi legge a segnalarmi il problema.
Grazie a tutti per la collaborazione.

26 gennaio 2011

La borsa... reale.

Ci sono cose a cui nessuno bada perchè le si danno per scontate, ma a ben guardare in certi casi sono dei veri e propri misteri inspiegabili.

Nessuno presta più di tanta attenzione al fatto che una donna vada in giro con la borsa perchè tutte le donne ce l'hanno: è normale che sia così, se si pensa alla quantità di oggetti che vi devono metter dentro. 
Piuttosto non si capisce come mai non esista un analogo accessorio per gli uomini, dal momento che - a parte un breve periodo negli anni '70 in cui apparve il mitico "borsello" - per noi uomini non è prevista nessuna collocazione diversa dalle tasche di pantaloni e/o giacche per chiavi di casa, chiavi della macchina, cellulare, astuccio degli occhiali, portafogli, sigarette, accendino, caramelle e chewing gum, fazzoletti e ogni altra cosa che ognuno di noi si porta dietro. Eppure ogni uomo sa quanto sia difficile e scomodo ficcarsi in tasca la mole di oggetti di cui abbiamo bisogno durante la giornata: ma perchè dobbiamo sempre avere le tasche gonfie come le guance dei criceti?!?

Per la verità negli ultimi anni qualcosa di simile al borsello è riapparso nelle pelletterie, ma solo un numero ristretto di uomini usa questi accessori: sembra che sia impossibile separare la borsa per uomo da quell'aura di ambiguità sessuale e scarsa o nulla virilità che, a partire dalla sua apparizione negli anni '70, la vulgata ha sempre attribuito al borsello e per estensione ai maschi che ne fanno uso.
A volte gli uomini sono davvero stupidi: non ci sarebbe nulla di male o di disdicevole a usare un accessorio comodo e funzionale per svuotare le tasche, eppure preferiscono avere due sacchi di cianfrusaglie perennemente appesi ai lati delle gambe pur di non veder messa in dubbio la loro mascolinità...
Chissà, forse un giorno noi maschi capiremo finalmente che la virilità e la mascolinità non dipendono certo dal fatto che si usi o no un determinato accessorio.

Tornando a quanto ho scritto all'inizio, diamo per scontato che una donna abbia una borsa e sappiamo perchè ce l'ha, quindi non ci facciamo caso.
Eppure c'è una donna in particolare la cui borsetta suscita la mia curiosità perchè non riesco proprio a immaginare cosa mai possa metterci dentro: questa donna è la regina Elisabetta II.

Ogni volta che la vedo con quei suoi abiti dal taglio senza tempo, dai colori improbabili, al di fuori di qualsiasi stile e moda, con quei suoi cappellini più buffi che eleganti e con la borsetta sempre perfettamente intonata alle scarpe capisco che su sei miliardi di persone al mondo quello stile appartiene solo a lei e che solo lei può permetterselo senza scatenare l'ilarità. Ma ogni volta non riesco a fare a meno di chiedermi se la regina Elisabetta tenga in mano la borsa perchè una donna deve tenere in mano una borsa o se davvero ne abbia bisogno...

Non credo che ci tenga le chiavi di Buckingham Palace, del castello di Windsor o di quello di Balmoral.
Sono ragionevolmente certo che nella reale borsetta non vi sia nemmeno il cellulare, che probabilmente la sovrana nemmeno ha: lei non è tenuta a essere reperibile in ogni momento, ma semmai si aspetta che gli altri siano a sua disposizione 24 ore su 24.
Di sicuro non ci tiene nemmeno cipria, rossetto, penna, mentine e agenda; escluderei anche che ci tenga i documenti e il codice fiscale, mentre mi rifiuto anche solo di pensare che sua maestà britannica metta nella borsetta denaro, carta di credito, bancomat e blocchetto degli assegni.

Insomma, giusto per oziosa curiosità: qualcuno ha idea di cosa diavolo possa mai tenere la regina Elisabetta in quelle sue borse sempre perfettamente intonate alle scarpe?!?

21 gennaio 2011

La Primavera.

Dopo la "Nascita di Venere" (link), un altro dipinto straordinario di Botticelli è "La Primavera", che ha molti tratti in comune con il capolavoro di cui ho parlato il 21 dicembre scorso e che, come l'altro, si trova alla Galleria degli Uffizi di Firenze.

Questo quadro mi è familiare da sempre perchè mia nonna ne aveva una riproduzione appesa alla parete della camera da letto, dunque lo vedevo ogni volta che andavo a trovarla. Forse anche in questo caso - come per Dante Alighieri - devo aver ricevuto una qualche forma d'imprinting che mi fa particolarmente apprezzare la pittura di Botticelli.
Lascio a chi è più qualificato di me il compito di parlare e spiegare questo quadro.


Filmato ad alta risoluzione, consiglio la visione a schermo intero.

17 gennaio 2011

Relax.

Esistono diversi modi per comunicare: alcuni hanno bisogno della parola, altri più diretti non ne hanno bisogno e sono questi ultimi che ci coinvolgono di più, che ci danno emozioni uniche e non ottenibili con la mediazione del linguaggio.
La musica arriva al nostro... inconscio? spirito? anima? in maniera diretta ed è per questo motivo che c'influenza tanto.

A seconda del genere, della tonalità, del ritmo e del contesto in cui la si ascolta, la musica può fare aumentare o diminuire il battito cardiaco e la frequenza del respiro, può indurre tranquillità o eccitazione.
In certi casi la musica può indurre l'ansia, che in persone predisposte può arrivare fino alla paura. Le colonne sonore dei thriller sono strutturate in modo tale da suscitare nel pubblico l'attesa dell'evento spaventoso.
All'interno di un film che deve spaventare il pubblico, una musica che in altri contesti giudicheremmo "tranquilla" può diventare assai più ansiogena di quelle composte ad hoc, se collegata a scene truci: chiunque abbia visto il film "Profondo Rosso" di Dario Argento non potrà certamente ascoltare l'innocente ritornello cantato da una voce di bambino senza considerarlo quantomeno poco rassicurante, soprattutto se dovesse sentirlo di notte, in un sotterraneo o in un lungo corridoio deserto scarsamente illuminato... in questo caso il brivido lungo la schiena è assicurato. Ci comportiamo esattamente come i famosi cani di Pavlov, confermandone la teoria del riflesso condizionato.


Meglio ascoltare un altro genere di musica, quella che abbassa la frequenza del battito cardiaco e del respiro, quella che ci aiuta a rilassarci e che possiamo anche tenere come sottofondo non invadente mentre ci occupiamo di altre cose.
Il genere musicale che io trovo particolarmente adatto a questo scopo è la musica celtica. Il ritmo lento, le voci delicate e le melodie circolari, ipnotiche di queste musiche ascoltate in un ambiente tranquillo, con una luce attenuata e possibilmente sulle tonalità del verde o dell'azzurro stando comodamente sdraiati su una chaise-longue, sono secondo me l'ideale per lasciarsi alle spalle lo stress della giornata... o per iniziare la settimana nel modo giusto.






14 gennaio 2011

Mille e una notte.

Il Castello di Sammezzano (Reggello - FI), splendido ma soprattutto unico esempio di architettura moresca presente in Italia, sta andando in malora per l'incuria e il totale abbandono in cui versa da decenni. 
È uno dei tanti, preziosissimi gioielli del patrimonio architettonico italiano che, nella migliore tradizione della nostra piccola e provinciale Italietta, viene lasciato andare a peripatetiche; mi si perdoni il francesismo (o meglio il grecismo...) ma davanti allo scempio di un monumento così straordinario e all'insipienza di chi dovrebbe non solo prendersene cura ma valorizzarlo e renderlo fruibile al pubblico, non riesco a non indignarmi e non posso fare a meno di usare espressioni veementi.

Il nucleo originario fu edificato in epoca medioevale, ma la riprogettazione che ha fatto del Castello di Sammezzano un esempio di architettura moresca che in Italia non ha eguali risale agli anni fra il 1843 e il 1889 a opera di Ferdinando Panciatichi Ximenes d’Aragona, il proprietario del castello.
Questo eclettico nobiluomo con la passione per l'orientalismo e per l'architettura trasformò il castello in una piccola Alhambra in terra di Toscana. Alcuni ambienti del castello sono assai simili a quelli della famosissima cittadella araba costruita sulle colline di Granada: vi si trovano arabeschi e geometrie policrome, cupole di stalattiti, volte a ventaglio, stucchi bianchi, ceramiche, sale con file di colonne, logge nascoste da gelosie e perfino una porta al di sopra della quale incombe la scritta "Non plus ultra" a segnare il limite fra la parte pubblica del serraglio e l'harem.

Il castello non è l'unico tesoro di Sammezzano; c'è anche un vastissimo parco, uno dei più grandi della Toscana, che accoglie alcune essenze molto rare; le più interessanti sono una cinquantina di sequoie adulte alte più di 35 metri.

Fa davvero tristezza sapere che un monumento di siffatta e rara bellezza sta andando in rovina per scelta deliberata della proprietà e per la colpevole ignavia delle autorità preposte alla conservazione del partimonio artistico e architettonico; per cercare di limitare i danni, alla fine degli anni '90 è stato sistemato alla bell'e meglio il tetto e cinque anni fa tutte le porte di accesso al castello sono state murate. Ora è derelitto.
Sembra che Vittorio Sgarbi abbia preso a cuore la sorte del Castello di Sammezzano; io spero che riesca a fare qualcosa prima che sia troppo tardi: gl'interni sono ancora in buone condizioni, sarebbe criminale permettere il perimento di un simile tesoro.

Questo è il link a una pagina con una descrizione e 50 immagini, mentre questo è il link a un ampio album fotografico nella pagina Facebook del Castello di Sammezzano.
Le foto qui sotto sono tratte dal web e il copyright appartiene al loro autore.







10 gennaio 2011

"Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende"

«Canto quinto, nel quale mostra del secondo cerchio de l'inferno, e tratta de la pena del vizio de la lussuria ne la persona di più famosi gentili uomini.»

Nel quinto Canto dell'Inferno, Dante e Virgilio scendono nel Cerchio II, quello dei "peccator carnali", i lussuriosi.
È uno dei Canti più noti perchè fra gli altri "spirti" Dante incontra quelli di Paolo Malatesta e Francesca da Polenta, i famosi e sfortunati amanti che pagarono con la morte la debolezza di aver ceduto alla passione.
Oltre che per la sua bellezza, il castello di Gradara (PU) è meta di molti visitatori anche grazie a questa citazione di Dante.


Gradara - Ingresso al castello.



08 gennaio 2011

400 metri piani o jogging al parco?

Sembra facile trovare ogni giorno qualcosa di cui parlare... e probabilmente è facile per chi ha la chiacchiera facile. Io sono più incline all'ascolto che alla chiacchiera e questo è un problema.

Non basta tuttavia trovare ogni giorno qualcosa di cui parlare: io vorrei anche che questo qualcosa fosse interessante, vorrei suscitare in chi mi legge la curiosità per gli argomenti che tratto e vorrei proporre cose che gratifichino chi mi segue, siano esse poesia, musica, luoghi da visitare, siti web, capolavori artistici eccetera.

Quando un mese fa ho dato vita a questo blog avevo diverse idee e scrivere un intervento al giorno è stato abbastanza semplice. Da allora ho trattato 28 di quelle idee... e mi duole ammettere che le mie idee non possono essere infinite, volendo con un (bel) po' di presunzione mantenere un livello qualitativo almeno decente.

Per usare una similitudine sportiva, in questo primo mese ho corso i 400 metri piani e non essendo un atleta comincio a essere in debito di ossigeno.
Mi sembra opportuno rallentare il passo a un livello che sia adeguato alle mie capacità e dunque è opportuno che io esca dalla pista di atletica per tornare a fare jogging al parco.

Questo blog dev'essere un piacere sia per me che scrivo, sia per chi legge; non voglio sentirmi costretto a dover trovare tutti i giorni e per forza qualcosa di cui parlare perchè inevitabilmente finirei per scrivere cose poco interessanti. Finirei anche per detestare questa "incombenza" e non voglio che questo accada.
Per i motivi che ho appena spiegato da oggi diraderò la frequenza dei miei interventi; non scriverò più un post al giorno ma ne pubblicherò uno a settimana.

Se poi qualcuno volesse lasciare qualche commento e/o interagire con me, tanto meglio: sono convinto che il dialogo sia più stimolante e interessante che parlare a sè stessi.
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Ieri, parlando del film Koyaanisqatsi, dicevo di aver scoperto in rete dei filmati interessanti che me lo avevano fatto ricordare. Propongo due di questi filmati e suggerisco di guardarli a schermo intero perchè sono di ottima qualità.
Il primo s'intitola "Sky" ed è stato girato con la tecnica del 'Time-lapse' (link) a Dubai: in 4 minuti e 25 secondi ci mostra ciò che accade in cinque giorni e cinque notti in diverse zone di Dubai.
Il secondo s'intitola "Hayaku", è stato con la stessa tecnica e in 8 minuti riassume un viaggio attraverso il Giappone.
Buon week-end a tutti.





07 gennaio 2011

Koyaanisqatsi

"Koyaanisqatsi", in lingua Hopi, significa "vita squilibrata" ed è il titolo di un film-documentario diretto da Godfrey Reggio che uscì nel 1982.

Il regista inizia mostrandoci immagini della natura e man mano che il film procede ci fa vedere come l'uomo la pieghi a sè stesso e la modifichi in modo irreversibile. Le riprese rallentate o velocizzate rendono più efficaci e suggestive le immagini, mentre l'assenza di dialoghi - sostituiti dalla coinvolgente colonna sonora di Philip Glass - non distrae lo spettatore da ciò che vede. 

Dopo un po' si ha l'impressione di osservare un altro mondo, la tecnica del "timelapse" (riprese accelerate) applicata alle immagini delle folle che si muovono nelle metropoli le fa sembrare delle formiche in un formicaio e si comprende come la vita degl'insetti e quella dell'Homo Sapiens non siano poi così diverse, anche se noi nella nostra umanissima presunzione pensiamo di essere speciali nell'universo... al punto di essere l'immagine stessa di Dio.

Godfrey Reggio ha fatto due sequels di Koyaanisqatsi: nel 1988 uscì "Powaqqatsi" (in lingua Hopi significa "vita che consuma la vita degli altri), che mostra la diversa concezione del lavoro nel mondo sviluppato e in quello più arretrato; infine nel 2002 fu la volta di "Naqoyqatsi" (cioè "vita in guerra") in cui Reggio esplora l'evoluzione del linguaggio, il capitalismo e la velocità che caratterizza la nostra epoca, concludendo che l'uono sta distruggendo sè stesso. Tutti insieme questi film formano la cosiddetta "Trilogia Qatsi".
Come sempre succede in questi casi, il film più bello è il primo; i successivi non sorprendono più, sono prevedibili.

Ho parlato di questo film perchè all'epoca lo trovai molto coinvolgente, ma anche perchè ho scoperto in rete dei filmati che me lo hanno fatto ricordare, filmati di elevata qualità video che giudico particolarmente belli e interessanti e che proporrò prossimamente.

Su Youtube ci sono tutti e tre i films della trilogia Qatsi.
"Koyaanisqatsi" è diviso in nove spezzoni di 10 minuti l'uno. Chi fosse interessato a vederli può cliccare questi links:
Parte 1
Parte 2
Parte 3
Parte 4
Parte 5
Parte 6
Parte 7
Parte 8
Parte 9

05 gennaio 2011

Maurits Cornelis Escher.


Davanti a molte delle opere di Escher, la prima cosa che a me invariabilmente viene in mente è "Ma come ha fatto?!?"
Le sue figure incastrate, le cosiddette "tassellature" (link), sono straordinarie per la perizia che occorre per disegnarle e geniali per gli accostamenti di opposti nella scelta delle figure: angeli e diavoli, pesci e uccelli, pesci e insetti oppure solo lucertole, sagome incastrate con il loro negativo o anche un numero elevato di figure diverse, tutte perfettamente accostate a formare un puzzle. Alla tecnica della tassellatura Escher unisce spesso anche quella dei frattali, tanto per complicarsi un po' la vita...
Pare che per sviluppare la tecnica della tassellatura si sia ispirato alle decorazioni dell'Alhambra, la famosa e bellissima cittadella costruita a Granada dai sovrani arabi che ressero la Spagna dall'8° secolo fino alla loro definitiva cacciata nel 1492 da parte di Isabella di Castiglia e Ferdinando d'Aragona.

Tassellatura dell'Alhambra, Granada.
L'opera più imponente è la famosa "Metamorphose", una striscia di 20 centimetri di altezza che si sviluppa per ben 4 metri in cui l'artista riesce a mettere davvero di tutto fondendo le immagini in una sorprendente metamorfosi per tornare infine al disegno iniziale, la scritta "Metamorphose", appunto.
Ma ciò che davvero lascia a bocca aperta di Escher sono le prospettive impossibili, gli edifici che non possono esistere. Davvero geniali.

Più che parlare di Escher è meglio guardare le sue opere, perchè a parole è impossibile anche solo darne un'idea. Le immagini qui sotto sono tutte cliccabili per vederle più grandi.

Segnalo da ultimo che circa una quindicina di anni fa era in circolazione un pacchetto software (girava su Windows 3.11, parliamo dunque di preistoria informatica...) che conteneva tutte le opere di Escher e in più un programma per creare i propri disegni con il metodo della tassellatura.
Naturalmente non resistetti alla tentazione di comprarlo ed era divertentissimo giocare a creare nuove geometrie. Peccato che sui computer attuali, molto più evoluti sia come macchine che come sistemi operativi, quel programma sia del tutto inutilizzabile: non gira.
E lo chiamano progresso...














03 gennaio 2011

La follia.

Il tema noto come "La Follia" (anche detto "La follia di Spagna") è una delle musiche più antiche conosciute in Europa.

Anche se le prime pubblicazioni risalgono alla metà del 17° secolo, la progressione di accordi da cui si sviluppa si diffuse più o meno contemporaneamente in diversi Paesi fra la fine del 15° e l'inizio del 16° secolo.

Si può quindi dire che sia stato il primo brano ad avere notorietà su scala globale, almeno per l'epoca. A parte gli oltre 150 musicisti che nei secoli hanno fatto proprio questo tema, esistono musiche della tradizione africana, canaria e brasiliana riconducibili alla "Follia".

Il tema si sviluppa su sedici battute nella tonalità del re minore e alcuni musicologi ipotizzano che abbia avuto una simile diffusione continentale perchè questa linea armonica si presta particolarmente all'improvvisazione melodica.

Dato l'elevato numero di musicisti che hanno composto variazioni su questo tema (fra gli altri Scarlatti, Vivaldi, Geminiani, Corelli, Liszt, Bach, Salieri e perfino Rachmaninov), ci sono versioni della "Follia" per orchestra, per strumenti singoli e per due o più strumenti.
Personalmente preferisco le versioni per clavicembalo solo, per archi e clavicembalo e per organo.





31 dicembre 2010

Un anno è andato via...

...e tutto sommato non posso lamentarmi dell'anno trascorso. Spero che anche chi mi legge possa dire la stessa cosa.

Auguro a tutti - e in particolare agli amici - un 2011 sereno. Io approfitterò del ponte per una brevissima vacanza, ma lunedi prossimo sarò ancora qui.

Buon anno a tutti!!


30 dicembre 2010

Il villaggio dei mulini.

Era il 1990 quando uscì nei cinema "Sogni", terzultimo film diretto da Akira Kurosawa nella sua carriera registica durata ben 50 anni.

"Sogni" è un film a episodi e le storie che racconta sono molto "giapponesi", al punto da risultare in alcuni casi poco comprensibili a noi occidentali. Cito ad esempio il primo episodio, "Raggi di sole nella pioggia", in cui per una disobbedienza (l'essere andato nel bosco a spiare un matrimonio dei demoni-volpe, cerimonia che ha luogo nelle giornate in cui piove e contemporaneamente c'è il sole e che le volpi non vogliono sia osservata dagli umani), il bambino protagonista viene trattato dalla madre con una durezza a cui noi della vecchia Europa che apparteniamo a una cultura assai diversa non siamo abituati: gli mette in mano un pugnale "tantō" portatole dalle volpi adirate per l'intrusione e lo invita ad andare da loro per scusarsi, avvertendolo però che difficilmente sarà perdonato e lasciando così intendere che uso dovrà fare del pugnale: il seppuku, il suicidio rituale della tradizione dei samurai.
Peraltro questo episodio è a mio giudizio uno dei più affascinanti: le scene della processione delle "kisune", i demoni-volpe, è più una rappresentazione di teatro Nō che una sequenza cinematografica.


Devo dire che non tutti gli episodi di questo film mi piacciono, ma quello che in assoluto preferisco è l'ultimo; s'intitola "Il villaggio dei mulini".
Un giovane, dall'aspetto assai metropolitano (jeans, camicia e zainetto in spalla) arriva in un villaggio edificato in riva e sopra un fiume in cui il tempo sembra essersi fermato a qualche centinaio di anni prima, i cui abitanti vivono a contatto e in sintonia con la natura, di cui hanno sommo rispetto.
Il dialogo fra il giovane e un vecchio abitante del villaggio ci rivela quale sia la filosofia di quella gente - che rinuncia perfino all'energia elettrica pur di non inquinare il buio della notte e poter vedere le stelle - e con che filosofia accetti di buon grado anche la morte, che viene vista come il momento culminante della vita e non come la sua fine.
Infatti nella sequenza finale della processione per il funerale di una donna quasi centenaria, a cui anche il vecchio - suo antico amore - si unisce recando un ramo fiorito e suonando un cimbalo, si vedono gli abitanti del villaggio precedere o seguire il feretro danzando accompagnati dalla musica di una banda.
La sintesi fra l'allegria della danza e la melanconia della musica (esaltata dalla tonalità minore, perchè in fondo è pur sempre una marcia funebre) esprime la gratitudine verso il fato per la vita lunga e prospera che ha concesso alla donna e nello stesso tempo la tristezza dell'estremo commiato.

Capita a chiunque di fare dei sogni affascinanti, strani, difficili da interpretare, ma anche degl'incubi dai quali non si vede l'ora di svegliarsi.  Akira Kurosawa, in questo film, i suoi ce li fa vedere tutti.



29 dicembre 2010

"Entro e non oltre"...

A qualcuno sarà capitato di soffermarsi a considerare il "burocratese", quella strana forma di demenza lessicale (absit iniuria verbis) che colpisce chiunque si trovi a lavorare in un ufficio pubblico: ma è mai possibile che persone per altri versi normali, quando prendono servizio vestendo i panni dei funzionari pubblici cadano preda di un demone che seguendo il copione della più tradizionale possessione diabolica li costringe a parlare in una lingua sconosciuta e non usata al di fuori degli uffici della Pubblica Amministrazione?
È possibile... eccome se è possibile.

Cominciamo con le denunce alle Autorità di P.S., i cosiddetti "processi verbali di denuncia": già qui c'è materia di studio. Perchè non è sufficiente dire "denuncia"? È proprio necessario che un atto amministrativo fra i più semplici - il mettere per iscritto la dichiarazione di un cittadino - venga ammantato di pretesa sacralità aggiungendo quel fumoso "processo verbale" che in tempi ormai lontani, ai nostri nonni e bisnonni poco meno che analfabeti, incuteva un reverenziale timore? Mah...
Basta una semplice interrogazione a Google per avere a disposizione un florilegio di ottusità burocratiche caratterizzate dai verbi all'imperfetto e al gerundio che sarebbero anche comiche, se non si trattasse di atti ufficiali redatti dalle Forze dell'Ordine.

Si passa poi alle disposizioni amministrative. Anche qui c'è abbondanza di materiale per studiare la psicologia del burocrate che invariabilmente "si porta" (come? In braccio? In risciò? Sulla canna della bicicletta?) anzichè "andare", che cita qualcosa "in epigrafe" anzichè "più sopra", che "rende edotto" il prossimo anzichè "informarlo di" qualcosa e via di questo passo.
La locuzione che trovo più stupida, quella che in burocratese indica un termine perentorio, l'ho usata come titolo: "Entro e non oltre". È ovvio che se una cosa dev'esser fatta "entro" il termine indicato non può essere fatta "oltre" quel limite temporale... dunque è del tutto superfluo usare la figura retorica dell'antitesi come rafforzativo, a meno che non si parta dal presupposto che i cittadini siano un po' stupidi e che sia necessario ripetere il concetto.
L'abuso di questa locuzione rasenta a volte il sublime. A commetterlo sono sia le strutture universitarie private per un Master universitario in traduzione professionale, sia la facoltà di lettere e filosofia di un'università statale, che riesce a infilare un "entro e non oltre" perfino nel bando di ammissione a un corso di perfezionamento in "Retorica e scrittura - Dall'analisi alla costruzione del messaggio" (a pagina 2, sesto paragrafo). Fantastico...
Se tutti cominciassimo a esprimerci usando simili espressioni ridondanti, l'effetto sarebbe surreale. Ecco qualche esempio, giusto per farci un'idea.
Al telefono con un amico:
"Ciao Massimo. Ti ho chiamato per chiederti se tu e non tuo fratello domani sera sei libero e non occupato: nel caso potremmo andare a cena insieme e non da soli."

Dal dottore:
"Buongiorno dottore. Sono venuto da lei perchè ultimamente sono depresso e non allegro".

Dal giornalaio:
"Salve: Vorrei la 'Gazzetta dello Sport' e non la 'Gazzetta Ufficiale'.

Al ristorante:
"Come primo vorrei spaghetti allo scoglio e non al ragù. Per secondo gradirei una grigliata mista di pesce e non di carne. Come contorno, patate fritte e non al forno.
Da bere mi porti una mezza minerale gassata e non naturale più un Müller Thurgau frizzante e non fermo.
Infine come dessert mi porti una una panna cotta e non montata, caffè e non decaffeinato e un whisky doppio malto e non singolo".

Questo modo di esprimersi è ridicolo... eppure i burocrati sono serissimi nel compiacersi di sfoggiare un simile, ottuso linguaggio.
Nel 1993 l'allora Ministro della Funzione Pubblica, Sabino Cassese, elaborò il "Codice di stile", che nelle intenzioni avrebbe dovuto insegnare ai burocrati delle amministrazioni pubbliche a comunicare con i cittadini in modo più chiaro, semplice e comprensibile. Com'era prevedibile, non sono bastati 17 anni per compiere questa titanica impresa.

Qualche cambiamento c'è stato, ora molti documenti sono più chiari se paragonati a quelli di un tempo,  ma rimane parecchio lavoro da fare per rendere meno ridicole e finalmente del tutto comprensibili le comunicazioni dello Stato ai cittadini. 
La prova sta nel fatto che anche nel "Codice di stile", negli esempi di documenti scritti prima in burocratese e poi riformulati in modo più chiaro e semplice, l'espressione "Entro e non oltre" persiste più viva e in salute che mai... come ogni malerba.

Chi volesse approfondire l'argomento troverà interessanti questi collegamenti:

28 dicembre 2010

Punk prima di te.

Partirò citando un vecchio brano di Enrico Ruggeri per arrivare, dopo un giro un po' tortuoso, a parlare di tutt'altro. Lo so, sono verboso e i miei monologhi non sempre sono rettilinei, ma tant'è...

Di alcuni artisti negli anni ho comprato pressochè tutta la discografia, ma a ben guardare l'ho fatto due volte: prima ho acquistato tutti i vinili, poi quando è cambiata la tecnologia ho comprato tutti i CD rimasterizzati dei vecchi albums.
Uno dei cantanti di cui ho l'opera omnia è Enrico Ruggeri, che apprezzo molto non solo per le personalissime armonie e sonorità ma anche per il lessico non comune e non banale che caratterizza i suoi testi, due qualità che lo accomunano a davvero pochi autori italiani: oltre a Ruggeri, così su due piedi mi vengono in mente solo Franco Battiato e Angelo Branduardi.

Una bella canzone di Enrico Ruggeri è "Punk prima di te", nella quale rivendica di essere stato un punk della prima ora, quando essere punk significava essere eccessivi, essere additati per quelle spille conficcate nelle carni (piercings ante litteram...) e guardati con sospetto per la troppa familiarità dei punks con le droghe.
Per la verità Ruggeri è stato un punk piuttosto soft se paragonato ai gruppi inglesi di quel periodo come i Sex Pistols, i Clash, gli Stranglers o i Damned, ma nonostante questo Ruggeri rivendica l'essere stato un pioniere, rivendica i suoi trascorsi di fronte a coloro che sono diventati (o si sono atteggiati a) punk in seguito, per moda, quando la strada era già stata tracciata, quando essere punk significava vendere tantissimi dischi, quando le creste di capelli multicolori alte mezzo metro e tenute dritte con il Tenax non suscitavano più ilarità o commenti a mezza voce.


Ho parlato di Ruggeri per prendere molto (ma moooooolto) alla larga il discorso che sto per fare a proposito degli audiovisivi tridimensionali e parlo di audiovisivi in senso lato perchè oltre al cinema 3D ci sono anche le fotografie.

Fino all'anno scorso quasi nessuno - a parte qualche appassionato - sapeva cosa fosse il 3D e in particolare la fotografia tridimensionale.
Dopo il fenomeno "Avatar" tutti apprezzano la spettacolarità del 3D, tant'è vero che il mercato ha prontamente fiutato l'aria e quest'anno in molti, a Natale, si saranno regalati il televisore 3D con almeno quattro paia di occhialini, anche se la tecnologia del 3D domestico è ai primordi e deve  ancora evolversi parecchio.

Ma oltre al cinema esistono anche le fotografie tridimensionali e io le faccio da 27 anni: è questo il (labile) parallelo che mi sono azzardato a fare fra Ruggeri pioniere del punk e il sottoscritto, in qualche modo piccolissimo pioniere della fotografia tridimensionale.

L'idea di fare fotografie tridimensionali mi venne nel 1983 al cinema guardando "Lo squalo 3-D", terzo episodio della serie, che era stato girato in 3D e si poteva vedere con occhialini a lenti polarizzate. La polarizzazione sfalsata di 90° fra immagine di destra e di sinistra e l'uso di occhialini con lenti corrispondenti permetteva d'inviare a ogni occhio la relativa immagine e di vedere il film con la tridimensionalità e i colori naturali. La tecnica sembrava abbastanza semplice e mentre guardavo il film decisi che ci avrei provato con le fotografie.
Per le foto 3D (in realtà quelle che ho fatto in passato sono diapositive) facevo due scatti - uno per l'occhio sinistro e uno per quello destro - e per vederle serviva o un complicatissimo sistema di due proiettori con lenti polarizzate sugli obiettivi e gl'introvabili occhialini a lenti polarizzate (per fortuna all'uscita dal cinema avevo requisito gli occhialini di tutta la combriccola di amici con cui c'ero andato e dunque ne avevo una quindicina), oppure occorreva avere un apposito visore simile a un binocolo in cui inserire di volta in volta le coppie di diapositive (una a destra e una a sinistra).

Ora con l'avvento della fotografia digitale è un po' più complicato vedere le foto in 3D. Bisogna sempre fare due scatti per ogni inquadratura, uno per l'occhio destro e uno per il sinistro, ma poi è necessario accostare con un editor fotografico la foto di destra a quella di sinistra per creare l'immagine finale che potrà essere vista in 3D semplicemente incrociando gli occhi come se si fosse strabici: man mano che lo sguardo converge le due immagini sembrano sovrapporsi fino a che fra le due appare una terza immagine - creata dal nostro cervello che unisce ciò che vede l'occhio destro a quello che vede il sinistro - e questa immagine avrà anche la dimensione della profondità.

Devo ammettere che questo modo di guardare le foto 3D affatica parecchio gli occhi perchè devono accomodare la visione in un modo innaturale, ma l'effetto a mio parere è notevole.

Più sotto ci sono alcuni esempi di foto 3D che ho scattato in giro per l'Italia.
Per facilitare l'incrocio degli occhi e quindi la corretta visione tridimensionale ho inserito un pallino nero a mo' di guida sopra le due foto; per vederle in 3D basta incrociare lo sguardo lentamente e leggermente, come se ci si volesse guardare la punta del naso, ma tenendolo focalizzato sullo schermo: si vedranno i due pallini avvicinarsi sempre di più l'uno all'altro.
Nel momento in cui s'incontreranno, apparirà una terza immagine e guardandola si vedrà la scena in tre dimensioni.

Occorre un po' di allenamento per riuscirci, per la verità è più difficile spiegare la tecnica che metterla in pratica, ma quando si è capito come incrociare gli occhi ci si mette un secondo a ottenere la tridimensionalità.

Parecchie migliaia di foto simili (ma fatte molto meglio delle mie...) e osservabili con la stessa tecnica sono in questo gruppo su Flickr.
Sullo stesso sito ci sono anche immagini anaglifiche da osservare con gli occhialini bicolori, quelli con una lente rossa e una azzurra.

Ho un grande rimpianto: il non potere, per ora, digitalizzare la grande quantità di diapositive 3D che ho scattato in tutti questi anni, alcune delle quali per me sono davvero belle (ma so di non essere un giudice imparziale).

Villa Contarini - Piazzola sul Brenta, PD.


Villa Contarini - Piazzola sul Brenta, PD.


Marostica, VI: Piazza degli Scacchi e Castello inferiore visti dal Castello superiore.


Siena - Facciata del Duomo.


Siena - Palazzo Comunale e Torre del Mangia.

27 dicembre 2010

"Un poco di luogo da potervi andare e ridurvisi tal volta a desinare, o a cena per ispasso"

Così Giorgio Vasari descrisse Palazzo Te, uno dei monumenti più splendidi di Mantova.

Ci sono alcuni luoghi in cui ogni tanto mi piace ritornare e Palazzo Te è uno di questi.
Si tratta di un edificio costruito in epoca rinascimentale allo scopo di accogliere Federico II Gonzaga nei momenti privati - un po' come i due Trianon di Versailles per il Re Sole - o come luogo di rappresentanza in cui ricevere gli ospiti di riguardo.
Le sale del palazzo che vanno dall'inizio dell'intinerario di visita fino alla "Camera dei Giganti" sono a mio parere dei veri gioielli: le decorazioni alle pareti e sulle volte sono davvero splendide, non mi stanco mai di guardarle e riguardarle, studiarle nei dettagli, apprezzare ogni volta qualcosa che non avevo notato durante le visite precedenti.

Quasi tutte le sale sono molto belle, ma alcune sono dei veri capolavori.
Mi riferisco in particolare alla "Camera del Sole e della Luna", caratterizzata dall'affresco della volta che con un effetto trompe l'œil - simile a quello del famoso oculo (link) della "Camera degli Sposi" di Palazzo Ducale, sempre a Mantova - ci fa vedere i carri del Sole e della Luna come se stessero passando al di là di un'apertura nel soffitto, all'imponente "Sala dei Cavalli", l'ambiente più grande del palazzo così chiamato perchè alle pareti figurano i ritratti dei cavalli allevati nelle scuderie dei Gonzaga, alla "Camera di Amore e Psiche" con il suo ciclo di affreschi ispirati alle "Metamorfosi" di Apuleio e da qui, passando attraverso la "Camera dei Venti", la "Camera delle Aquile", la "Loggia di Davide", la "Camera degli Stucchi" e la "Camera degli Imperatori", si arriva alla sala più famosa e impressionante di Palazzo Te: la "Camera dei Giganti", completamente affrescata rifacendosi alle "Metamorfosi" di Ovidio e in particolare alla caduta dei Giganti, dove per la collera di Zeus le architetture crollano travolgendo i Giganti mentre lo stesso Zeus e Giunone scagliano fulmini su di loro.

Dopo aver visitato il palazzo, attraversando il giardino oltre le peschiere su cui affaccia la Loggia di Davide si può raggiungere l'Appartamento del Giardino Segreto, luogo in cui Federico II Gonzaga si ritirava per meditare in solitudine.
È un ambiente molto raccolto e molto bello; sulle mura che circondano il giardino segreto c'è una serie di nicchie decorate con afferschi e bassorilievi ispirati alle favole di Esopo, mentre in fondo al giardino c'è  ciò che resta di un ninfeo, la riproduzione di una grotta che all'epoca ospitava giochi d'acqua ed era decorata con conchiglie, madreperla e vegetali come muschio e felci.

Naturalmente, quando si visita Mantova, non va dimenticato il Palazzo Ducale, il Castello di San Giorgio e, per le buone forchette, raccomando i tortelli di zucca, il sapido stracotto d'asino, la mostarda mantovana con cui accompagnare i bolliti o le scaglie di Grana e infine la torta sbrisolona.
Non sembri fuori luogo la divagazione gastronomica: così come lo spirito si nutre d'arte e bellezza, il corpo che lo accoglie si nutre di bontà culinarie... e dalle parti di Mantova se ne trovano alcune davvero deliziose.

Le foto sono tratte dal web e il copyright appartiene al loro autore.



Palazzo Te.

Pescherie.

Loggia di Davide.

Camera dei Giganti

Giardino Segreto - Accesso al Ninfeo.